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Giochi, sport e sguardi

Cerimonia d’apertura elegante, ma mal raccontata, tra svarioni e occasioni perse. A salvare l’inizio dei Giochi sono le atlete azzurre, protagoniste delle prime medaglie. Resta il ritardo del racconto, ancora incapace di stare al passo con lo sport delle donne.

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Elena Miglietti e Caterina Caparello Modifica articolo

8 Febbraio 2026 - 21.11


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La cerimonia di apertura di Milano Cortina è stata, nel bene e nel male, un ritratto fedelissimo del Paese: raffinatissima quando crea immaginario, clamorosamente imprecisa quando lo racconta. Lo spettacolo c’era, il ritmo pure. A mancare è stata la cronaca, che ha inciampato con una regolarità quasi scientifica. Mentre il mondo guardava, dai microfoni Rai arrivava un rosario di svarioni che resterà negli archivi più per la confusione che per la poesia: la presidente del CIO scambiata per la figlia di Mattarella, Matilda De Angelis trasformata in Mariah Carey, la capitana della nazionale femminile di pallavolo Anna Danesi (e con lei le compagne di squadra Carlotta Cambi e Paola Egonu), oro olimpico vero, non metafora, non riconosciuta, così come il capitano dei campioni del mondo maschili, Simone Giannelli (con lui Simone Anzani e Luca Porro). Di tutti loro è stato detto che fossero “altri tedofori”. Per tacer di Ghali, semplicemente evaporato dal racconto. Succede quando lo sguardo non è allenato: vedi tutto, non riconosci niente. Il palco però funzionava, eccome. L’Italia vestita da Giorgio Armani, stile inconfondibile, sobrio, femminile, bellissimo, con quell’eleganza asciutta che non ha bisogno di slogan. Sabrina Impacciatore ha guidato la serata con mestiere, ironia e controllo, affiancata dalla precisione comica di Brenda Lodigiani. Entrambe ci hanno ricordato che la professionalità è una forma di gentilezza. Infine l’adorabile Mattarella, che si presta al gioco con un sorriso misurato, come la regina Elisabetta a Londra 2012: quando l’istituzione accetta di mettersi in scena, lo spettacolo respira.

Dopo Parigi 2024, i Giochi Olimpici della sororité, della parità numerica, dei pittogrammi raffiguranti le discipline sportive finalmente liberati dall’“omino” universale, si torna a raccontare. Elena Miglietti e Caterina Caparello riprendono il filo per GiULiA giornaliste: lo sport delle donne, raccontato dalle donne, praticato dalle donne. Con una nota stonata: l’omino è tornato nei pittogrammi. Non ce n’era bisogno. Un passo avanti fatto, uno già perso.

Poi parlano le gare, e rimettono ordine. Francesca Lollobrigida è oro nei 3000 metri di pattinaggio di velocità. Nella discesa libera di sci alpino Sofia Goggia conquista il bronzo, mentre Federica Brignone continua a smentire, con i fatti, ogni retorica accessoria. Torna dopo l’infortunio e vola come il vento. Sullo sfondo, l’infortunio di Lindsey Vonn ricorda a tutte che il corpo è un campo di battaglia, non un mito. Nello snowboard – slalom gigante parallelo Lucia Dalmasso sale sul podio per il bronzo dopo un’ultima discesa tutta azzurra. Nel biathlon arriva l’argento della staffetta mista con Dorothea Wierer e Lisa Vittozzi, insieme ai compagni di squadra.

L’occasione persa, forse voluta, è tutta qui: non dare risalto alla prima donna presidente del CIO, Kirsty Coventry, in un mondo dove la governance sportiva al femminile arranca ancora come in salita. Altrove si parla di potere, responsabilità, visione. Da noi si preferisce la scorciatoia: Francesca Lollobrigida è la mamma che vince, l’emozione domestica, il fiocco narrativo. Così la storia grande scivola via e resta il bozzetto. Che noia, davvero: mentre il mondo cambia i vertici, noi continuiamo a commentare i ruoli femminili convenzionali. È un copione stanco: come se l’oro nei 3000 metri fosse un accessorio della maternità e non il risultato di anni di lavoro, tecnica e fatica metabolizzata. Raccontarla prima come madre e poi come atleta non è tenerezza, è riduzione. La vera notizia non è che vince nonostante un figlio, ma che vince. Punto.

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