La serata cover del Festival di Sanremo non è mai solo una rimpatriata canora, è il rito laico del Paese: cantiamo quello che già sappiamo, ci emozioniamo su parole che abbiamo imparato a memoria e intanto capiamo chi siamo diventati. Viene da chiedersi: quando ripeschiamo il passato, cosa facciamo delle donne? Anche quest’anno niente rivoluzioni, per carità, ma qualche crepa interessante sì.
È sempre stuzzicante cercare di capire perché chi partecipa scelga proprio quella canzone lì: semplice ginnastica per mostrare talento, oppure vuole dirci qualcosa? Perché le cover non sono mai innocenti, sono una dichiarazione politica in forma di karaoke. Se scegli di riportare in vita un testo, ti assumi la responsabilità delle sue parole. E allora eccola, la linea sottile: da una parte brani che hanno fatto la storia, dall’altra versi che oggi suonano come cartoline da un’epoca in cui il femminile era musa, tentazione, premio di consolazione: bella, fragile, silenziosa, oppure colpevole. Alcuni artisti hanno giocato in attacco: riscritture leggere, talvolta intelligenti, cambi di prospettiva, duetti che hanno almeno provato a spostare il baricentro. Altri, invece, hanno lasciato tutto com’era. La scelta sembra quasi politica.
Partiamo da Levante e Gaia con “I maschi”. Titolo programmatico. Due donne che cantano una canzone che parla degli uomini con leggerezza e sberleffo. Fin qui è pop intelligente. Poi il bacio sul palco. Un gesto rapido, naturale. La regia lo sfiora, non lo abbraccia. Apriti cielo: social divisi tra “atto politico” e “marketing”. La verità? È il 2026, due donne che si baciano non sono un golpe culturale. Il fatto che si discuta ancora di quanto mostrarlo dice che il tema della visibilità resta delicato. Non è uno scandalo, non è una rivoluzione. Fa quasi tenerezza.
Nel frattempo, sul fronte linguistico, la direttrice d’orchestra Carolina Bubbico chiede a Laura Pausini di chiamarla “maestra” e non “maestro”. Pausini risponde con un “Finalmente”. Scena minuscola, ma centrata. Perché il potere sta anche nei dettagli grammaticali. Se dirigi un’orchestra e sei una donna, non sei una versione declinata al maschile. Sei una maestra. Se fai questa sottolineatura dal palco di Sanremo, la precisione semantica diventa il grimaldello per aiutare a cambiare il pensiero. Grazie.
Le Bambole di Pezza sono salite sul palco con Cristina D’Avena per cantare “Occhi di gatto”. Cartone anni Ottanta, tre ladre affascinanti, sensualità felina confezionata per il pomeriggio dei bambini e delle bambine. Poteva finire lì, nel revival carino. Invece no. Perché le Bambole infilano nel set anche i Led Zeppelin. Boom. Il rock sacro, il tempio testosteronico, il riff che per decenni è stato raccontato come roba da uomini spettinati e geniali. Invece eccole: lo suonano, lo piegano, lo attraversano e lo fanno con la voce dei Puffi. Il punto è questo: il rock non ha il cromosoma Y. Ha le mani, le corde, il coraggio. Si chiama essere musiciste.
Malika Ayane con Claudio Santamaria su “Mi sei scoppiato dentro il cuore” ha fatto un’operazione più sottile. Niente strappi plateali, al contrario la gestione elegante di un testo scritto per una donna. Malika non è stata l’eco di un’icona, ma una voce autonoma. Santamaria accanto non ha occupato tutto lo spazio emotivo. In un Paese abituato a uomini che spiegano e donne che sentono, già questa è una piccola deviazione. Poi avevano i guanti di pelle, che stile!
Ditonellapiaga si esibisce con “The Lady Is a Tramp”. Traduciamolo male apposta: “la signora è una poco di buono”. Per decenni quella parola è stata una gabbia. Cantata da lei, con ironia affilata, diventa sabotaggio linguistico. Se mi vuoi etichettare, mi etichetto da sola e ti tolgo l’arma di mano. È una strategia che le donne conoscono bene: prendersi l’insulto, svuotarlo, restituirlo al mittente con un sorriso che non è gentilezza, è controllo. Lei poi è bravissima e ha reso chic anche Tony Pitony.
Infine Arisa che prende in prestito “Quello che le donne non dicono” di Fiorella Mannoia. Uno dei testi più tristi della musica italiana, la descrizione dello stato dell’anima di moltissime donne, tra fatica e nostalgia di qualcosa che non si è ancora vissuto. Mannoia ne ha cambiato il finale, ha piegato il testo per consentire a questo brano di attraversare il tempo. Quel “ma non saremo stanche, neanche quando ti diremo ancora un altro sì”, ha cambiato il si in NO! Ma che male fa?
La serata ha premiato anche la carriera di Caterina Caselli, lei con “Nessuno mi può giudicare” ha tracciato una possibile rotta che fatichiamo ancora a seguire, tutte e tutti.
Non è stata una rivoluzione, tranquille: nessuna presa del Palazzo d’Inverno in abito da sera, ma tra un “maestra” detto bene, un bacio sfiorato dalla regia e un riff dei Led Zeppelin suonato senza complessi, il vecchio copione ha perso qualche riga. E a forza di perdere righe, prima o poi cambia finale.