Alla presentazione del 79° Congresso nazionale, Assoenologi, il 13 marzo, a Firenze, ha messo al centro «Cultura del vino, responsabilità nel consumo e nuovi linguaggi per dialogare con le nuove generazioni*» con il forum dal titolo Vino e Giovani: un incontro tra cultura e responsabilità pensato per «ascoltare la voce delle nuove generazioni che si avvicinano al vino […] e promuovere una cultura del vino più consapevole*».
In apertura dei lavori, il presidente nazionale Assoenologi, Riccardo Cotarella, sottolinea: nei giovani esiste oggi «un momento di distacco culturale, anche per responsabilità nostra».
A fine convegno poi, per un fermo immagine su un tema che sente particolarmente vicino, in un articolo a sua firma, su L’Enologo di marzo, rafforza le considerazioni sul tema e scrive: «C’è un dato che non possiamo più ignorare: se non torniamo a parlare ai giovani, il vino rischia di diventare un prodotto per nostalgici. […] Ci siamo abituati a raccontarci come eccellenza e abbiamo dato per scontato che le nuove generazioni dovessero riconoscersi in quel racconto. […] Noi, troppo spesso, siamo rimasti ancorati a schemi comunicativi di vent’anni fa».
Il dato mancante
Una disamina densa di senso, molto centrata e a mio avviso passibile di una importante integrazione. C’è ancora un tema, infatti, che il mondo del vino così com’è fatica a cogliere, a vedere, a integrare, a valorizzare, un dato che per certi versi continua a “ignorare”: il contributo (non ancillare) delle donne del vino e nel vino e la loro, la nostra, visione, da sempre attenta ai linguaggi, alle innovazioni, alle interconnessioni e alle relazioni.
Voci al femminile
In un incontro voluto per riportare l’attenzione sul valore e sui valori del vino e sulla necessità di nuovi innesti giovani per il settore, oltre a notarsi la consueta piccola presenza femminile nel panel, la stessa voce delle donne resta flebile sull’essere donne del vino e nel vino in quanto tali.
Oggi che le donne in tutte le varie professioni del vino, rappresentano un terzo delle imprenditrici e lavoratrici di questo settore (dato Associazione Nazionale Donne del Vino), sono state solo tre le voci al femminile del forum: Carlotta Gori, direttrice del Consorzio Chianti classico, Elena Lai (che ha curato la presentazione del progetto “Cannonau, un vino giovane” promosso da Sardegna Ricerche) e Caterina Padre (portavoce del progetto “Canno Now”); voci, tuttavia che non hanno dato un contributo all’apporto della visione femminile del settore, aspetto che qui, invece, avrebbe potuto trovare uno spazio elettivo per proporsi come chiave di lettura per quel passo in avanti, quel cambio di direzione, che il convegno stesso si proponeva di stimolare.
Nuove visioni
Manca, insomma, quasi totalmente, la capacità di cogliere le possibilità insite in questa inquadratura, in questa angolazione. E così, pur riconoscendosi in crisi con i giovani e a un punto di svolta epocale, questo mondo del vino si racconta ancora pochissimo nelle declinazioni stilistiche e imprenditoriali al femminile e troppo poco, ancora, si presenta con focus pensati per questo pubblico, quando basterebbe, invece, riuscire a far camminare insieme questi due elementi (innesti di visioni giovani e al femminile) per generare quella forza trainante capace di risvegliare il settore dal proprio autoinflitto torpore.
Infine, a voler giudicare dai nuovi spot sul vino del Ministero dell’Agricoltura, già visti sui social e in TV e riproposti al convegno, è chiaro che c’è ancora moltissimo da fare in tema di narrazioni. Ma proprio qui, forse, c’è la buona notizia per chi la saprà cogliere.
La lente dei/delle giovani
Interessante e in linea con gli obiettivi del convegno, l’intervento del giovane enologo e content creator Nicolò Lazzari, fondatore nel 2025 del progetto social Amico Enologo (su Instagram @amicoenologo) che vuole rendere il vino accessibile ai giovani «con semplicità».
Se i/le giovani ammettono di saperne poco di vino e in generale preferiscono birra e cocktail (il 50% dei giovani italiani oggi non beve vino, afferma Lazzari), vorrebbero comunque informarsi maggiormente attraverso i social media, con messaggi brevi e dal linguaggio semplificato.
Serve nuovo DNA
Da quest’ultimo osservatorio, dunque, apparentemente la sfida non starebbe nel cambiare il vino, ma nel cambiare solo il modo di raccontarlo cambiando le voci di chi lo racconta. Un punto che purtroppo, però, pecca di eccessiva semplificazione.
Riflettendo, infatti, c’è molto da argomentare e sotto diversi profili: calo di attenzione, insicurezza, ansia, trend e mode, necessità di info pret-a-porter da consumare velocemente sui social non possono totalmente contrapporsi (e scardinare) una natura che richiede assaggio al bicchiere, ricerca, studio, meditazione, approfondimento, educazione del gusto e dei sensi e vero avvicinamento esperienziale, non solo virtuale.
Bene l’innovazione, la semplificazione della comunicazione, la provocazione, i meme, i reel, le community social, la convivialità e anche un po’ di ribellione come sentito nell’intervento di Caterina Padre sullo sguardo dei giovani sul nuovo Cannonau. E possiamo anche sopportare il vino nei bicchieri di carta in determinate occasioni di piazza, ma per favore, in questo travolgente flusso di energie e innovazioni giovani mirate a una massimizzazione della semplificazione comunicativa -che però per come esposte hanno fortissimo sapore di marketing più che di cultura del vino- il ritorno del vino in lattina, per mille e più motivi, magari anche no!
La versione integrale di questo articolo su Power & Gender