Vedere, riconoscere, raccontare. È questo il compito di ogni giornalista ed è questo che le giornaliste di GiULiA hanno cercato di fare per cambiare la narrazione attraverso una visione più attenta degli eventi e il riconoscimento dei loro protagonisti. E protagoniste.
Sono trascorsi quindici anni da quando un piccolo gruppo – alcune decine – di giornaliste si è messo insieme per declinare questi verbi con lo sguardo di donne rivolto a una metà di mondo (la propria) troppo a lungo misconosciuta o considerata invisibile. Oggi le giornaliste di GiULiA sono centinaia, presenti da nord a sud in tutte le regioni, unite come sancisce la U dell’acronimo, ma anche con peculiarità territoriali che permettono loro di perseguire a largo raggio l’obiettivo dell’inclusione, non solo relativamente al genere.
Quindici anni sono pochi per attuare una rivoluzione culturale, ma abbastanza per capire se siamo sulla strada giusta, se possiamo cambiare il paradigma, se ciò che stiamo seminando potrà fiorire e dare frutti. Siamo partite con la consapevolezza che non bastava raccontare il mondo, ma occorreva interrogarsi su come era stato raccontato fino ad allora, su chi aveva diritto a una voce sui mezzi d’informazione e su chi invece ne fosse soltanto l’oggetto.
Per dare voce effettiva a quella metà di mondo sottaciuta siamo partite dal linguaggio, consapevoli del suo ruolo performativo sulla realtà, cercando di scardinare gli stereotipi e di fare luce sulle omissioni. Da allora molto è cambiato sul fronte del riconoscimento e dell’equità, molto meno sotto altri aspetti. I rigurgiti di patriarcato e di machismo, come sottolinea anche il titolo dell’evento celebrativo di questi quindici anni che si svolgerà il 28 settembre in Senato, si ripresentano di continuo e con pervicacia, pur nel loro anacronismo. L’opera delle Giulie sembra talvolta la tela di Penelope, un incessante fare e disfare, un continuo aggiustare il tiro, la rimessa in discussione di ogni piccola conquista.
Non farò qui l’elenco di tutti i traguardi raggiunti in questi quindici anni, dall’aver introdotto nel linguaggio comune il concetto di femminicidio ad aver contribuito alla stesura del Manifesto di Venezia da cui è poi derivato un articolo del codice deontologico dei giornalisti e oggi anche (dopo più di sessant’anni dalla legge istitutiva dell’Ordine!) delle giornaliste, solo per fare due esempi. Credo che il lavoro di questi quindici anni non si valuti soltanto nei risultati concreti e misurabili, ma nella quantità di realtà che abbiamo imparato e abbiamo insegnato a vedere diversamente. Illuminare le zone d’ombra e porgere il microfono alle voci rimaste ai margini è ciò che dà senso al nostro mestiere, ed è ciò che continueremo a fare.
La forza di GiULiA è tutta nel suo nome: nella capacità di agire unite e di essere autonome rispetto a ogni forma di potere, oltre che convinte antifasciste. Con i suoi quindici anni, oggi ha l’energia di un’adolescente in salute e la maturità che le viene dall’accumulo di esperienze condivise tra le giornaliste che la compongono. Giornaliste che hanno camminato – talvolta trascinandosi un poco acciaccate – perché Giulia oggi possa cominciare a correre, consapevole che il percorso è ancora lungo e fitto di ostacoli ma anche che ogni titolo, ogni immagine, ogni scelta comunicativa può confermare un pregiudizio oppure aprire la strada a una nuova narrazione. Faremo di tutto perché Giulia mantenga questo sguardo.
L’autrice è presidente di GiULiA giornaliste
