Rilanciamo l’iniziativa di solidarietà per Lea Melandri, dopo l’esito negativo della richiesta di vitalizio avviata a luglio sulla base della Legge Bacchelli, che prevede l’erogazione di un contributo economico a favore di persone “che si sono distinte per meriti eccezionali nei campi della cultura, delle arti, della ricerca scientifica e dell’innovazione”, e si trovano in “particolare necessità economica”. La richiesta era stata sostenuta da una campagna volta a dire “grazie a Lea” per il suo impegno di una vita nel movimento femminista, un impegno generoso, come abbiamo scritto nell’appello, che ha sempre seguito strade lontane dal denaro e dal potere. Alla campagna hanno risposto più di diecimila persone in pochi mesi e oltre centocinquanta associazioni, a dimostrare la vasta eco del suo pensiero e anche il reticolo di amicizia e affetto intessuto in tanti anni di militanza.
C’era forse anche, in questo grazie corale che attraverso la campagna è stato detto a Lea, un’attesa e una richiesta di tipo politico. Ovvero, che al sapere e alla pratica femminista venisse riconosciuto il valore che hanno nel dirigerci, almeno intenzionalmente, verso un mondo più giusto e verso relazioni libere da violenza e sopraffazione. Un valore che vorremmo a pilastro del vivere comune e che con questa richiesta di vitalizio stavamo affermando, non solo per Lea, ma per tutte e tutti. Nel dimostrare la sua “chiara fama”, come la legge Bacchelli ci chiedeva di fare, abbiamo voluto chiedere il riconoscimento del valore della sua produzione teorica, che si è dipanata in decine di scritti, pubblicati in Italia e all’estero, che senza dubbio hanno “dato lustro” (usando le parole della Bacchelli) al nostro paese a livello nazionale e internazionale.
Nel chiedere il vitalizio per Lea stavamo anche affermando il valore del lavoro che ogni giorno si svolge – con grande generosità – nelle associazioni, nei collettivi, nei quartieri, nelle assemblee, nel web. È lavoro, la militanza femminista. Un lavoro non alienato che ha certamente un valore umano prima di tutto per chi lo svolge, perché ci consente di rendere la nostra vita ricca e significativa, ma che ha anche un valore sociale, perché consente di ripristinare legami sociali sfilacciati o distrutti dalla forza parcellizzante del mercato, ed un valore economico che genera benessere, raramente riconosciuto come non lo è in generale il lavoro di cura.
Nel dire grazie a Lea Melandri c’era e c’è tutto questo. Forse troppo per una sola norma, cui peraltro un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 4 febbraio 2010 ha stretto i cordoni della borsa, restringendo i criteri di assegnazione del vitalizio ai casi di assoluta povertà. Ci siamo mosse per chiedere il vitalizio perché avremmo voluto vedere riconosciuto politicamente il valore di questo lavoro e poter garantire a Lea una condizione meno precaria di quella attuale, a fronte di un’età avanzata che la mette a rischio. Se la legge non ci è di aiuto, aiutiamoci tra noi. Per continuare a dire grazie a Lea, potete unirvi all’iniziativa mutualistica del progetto Insieme per Lea.
