Il Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Giornale, L’Avvenire, Domani, il Fatto quotidiano, Il Sole 24 ore, Qn, Il manifesto, Libero, La Verità, La Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Il Corriere dello sport, con uno sguardo al web.
Dal 9 al 14 marzo 2026
Le firme in prima pagina uomini 952, donne 344
Editoriali commenti analisi: uomini 170, donne 42
Le interviste: a uomini 386, a donne 74
La terza guerra mondiale pare sempre sempre meno un’ipotesi di studio e sempre più una realtà concreta, quindi questa settimana ci sembra giusto iniziare con gli esteri. Anche se, va detto, per tutta la settimana o quasi La Verità ha preferito aprire sul caso della famiglia nel bosco. Ma è un caso isolato.
La guerra
Andare a cercare il taglio di genere fa fare scoperte interessanti. In primis, quando si parla di guerra sembra tornare dominante lo schema maschile del mondo dove i protagonisti – agenti e parlanti – soprattutto a livello militare e politico sono uomini. E poi, trattandosi di Iran, qui le donne sono vittimizzate due volte. Come dice Sanam Naraghi Anderlini scrittrice e attivista pacifista iraniana intervistata dal Fatto Quotidiano «La guerra ha reso le donne invisibili». «Dopo il movimento Donna, vita e libertà del 2022 l’hijab non è più obbligatorio. E le donne sono state leader del cambiamento» dice l’attivista ma la guerra le ha cacciate ancora di più in casa. Altro che farle scendere in piazza.
Un paio di articoli del Corriere, nell’arco della settimana, raccolgono le voci femminili da Teheran: «Internet va solo per pochi, le scuole sono chiuse, le università sbarrate. Alcuni negozi e ristoranti resistono con l’asporto, alcune banche e aziende provano a tirare avanti e hanno mandato una comunicazione: “Le donne possono starsene a casa a badare ai figli, senza più lezioni in classe”».
Le donne con ruoli di leadership e le attiviste autorevoli intervistate dai nostri giornali (sì, qualcuna c’è) parlano tutte dall’esilio, nessuna crede che l’intervento degli Usa porti a un regime-change in Iran. Maryam Rajavi, presidente del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Cnri) intervistata dal Corriere ritiene che il rovesciamento del regime possa avvenire solo dal popolo. E confida nei giovani iraniani e nei combattenti dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo, la resistenza armata. Su Avvenire parla Gulavj Orin, portavoce del Pjak, il Partito per la vita libera del Kurdistan, uno dei sei movimenti-milizia: ricorda la forza del movimento Donna, Vita, Libertà e ribadisce che «ciò che durerà e determinerà il destino di tutti gli iraniani è un sistema democratico basato sulla libertà delle donne». Persino la vedova in esilio dell’ultimo Scià, l’ex imperatrice iraniana Farah Diba, 87 anni, intervistata dalla Stampa, sogna la rinascita del paese e confida in suo figlio. ma è consapevole che a far crollare il sistema potrà essere solo il popolo.
Su tutti i quotidiani si racconta la vicenda delle calciatrici della nazionale iraniana che durante i campionati asiatici in Australia non hanno cantato l’Inno. Al momento di rientrare cinque di loro sono fuggite e hanno chiesto asilo.
Ripresa da tutti la notizia dell’indagine militare che ha confermato come gli Usa siano responsabili dell’attacco missilistico sulla scuola elementare di Minab, vicina a una base iraniana: un errore di mira, per colpa di mappe obsolete. La strage delle bambine di Minab è uno dei peggiori errori militari della storia dei più recenti conflitti: almeno 175 persone: quasi tutte bambine. La cosa più impressionante resta la reazione di Trump: «Qualunque sia l’esito dell’indagine posso conviverci».
Il manifesto è uno dei pochi giornali che, quotidianamente, tiene accesi riflettori su Gaza e Cisgiordania. In occasione dell’8 marzo un articolo fa il punto sulle conseguenze devastanti della guerra sul tessuto sociale palestinese e quindi anche le donne, in prima linea sia come vittime che come riferimento comunitario. Solo alcuni dati: la guerra ha lasciato 21.193 donne vedove, un indicatore lampante del crescente disgregamento sociale e familiare causato dagli attacchi sui civili. 22.426 padri sono stati uccisi, lasciando migliaia di famiglie senza la principale fonte di sostegno economico.
Il Sole 24Ore pubblica un report su un tema che in Israele ha un peso sempre maggiore: i soldati e le soldate colpiti da sindrome da stress post traumatico. I dati ufficiali parlano di più di 60 suicidi, dal 7 ottobre 2023, ma sono oltre 11 mila i militari che devono ricevere cure psicologiche e l’impatto sui conti pubblici, secondo uno studio economico, sarà di 53 miliardi di dollari nei prossimi anni dopo la guerra in terapie e sussidi.
Le donne diventano le prime vittime di guerra anche quando sono costrette a lasciare le proprie case. Corriere e Manifesto fanno il punto su quello che sta diventando il più grande esodo dal Libano attaccato da Israele: circa 800mila persone, per lo più famiglie con bambini. Proprio dal Libano Lucia Capuzzi, inviata a Beirut di Avvenire, intervista Monika Borgmann, fotografa, regista e attivista, presidente della fondazione Lokman Slim, che prende nome dal giornalista e noto esponente della comunità sciita assassinato nel 2021 per la sua denuncia dei crimini di Hezbollah, che era suo marito. Borgmann ricorda che Hezbollah è ben radicato in Libano perché è sinonimo di welfare: è il secondo datore di lavoro del Paese. E che l’invasione di Israele non farà che spingere i libanesi verso di loro, in un momento in cui, invece, dentro la comunità sciita, stava crescendo un’opposizione al gruppo armato filo-iraniano.
Sempre Avvenire, infine, fa un focus sui minori – ucraini deportati o russi detenuti – prigionieri in Russia. La commissione Onu sui crimini di guerra in Ucraina denuncia che ci sono altri 1200 bambini deportati in Russia e di 800 di loro non si sa più nulla, anche se si sospetta che molti di loro abbiano cambiato identità e siano stati adottati. Interessante, sempre su Avvenire, l’intervista a una giovane artista russa Alexandra Skochilenko, condannata a 7 anni per aver sostituito 5 cartellini dei prezzi con messaggi anti-operazione speciale, e poi scambiata con altri prigionieri tra Russia e Paesi occidentali nel 2024. Lei pone i riflettori sul problema degli adolescenti rinchiusi nelle carceri russe, per aver mostrato il proprio dissenso alla guerra. Ci sarà mai un tribunale speciale per questo crimine?
Nel nuovo rapporto della commissione Onu anche le prove di stupri di gruppo da parte di soldati russi, ai danni delle donne ucraine, violenze nel corso delle irruzioni nelle abitazioni civili, nei villaggi occupati, nei centri di detenzione.
Politica
La situazione internazionale riverbera anche sulla politica interna, in particolare sul posizionamento del Governo rispetto alla crisi del Medio Oriente, mentre l’altro tema è il referendum. In entrambi i casi la figura centrale è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, protagonista di un confronto molto acceso con le opposizioni e al centro di interpretazioni differenti da parte dei quotidiani.
La polemica sulla politica estera nasce nei primi giorni della settimana dalle dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che in una breve intervista rilasciata a Viviana Mazza del Corriere della sera afferma che l’Italia «cerca sempre di aiutare e che Meloni è una mia cara amica». Frase che ha insorgere le opposizioni.
Su Domani Daniela Preziosi parla di una Meloni «al bivio tra vassallaggio e paura del voto». Anche su La Stampa l’editorialista Alessandro De Angelis osserva che la premier sta cercando di spostare il dibattito politico su altri temi, mentre Flavia Perina sottolinea come la linea della premier sembri oscillare «dal decisionismo al cerchiobottismo». Meloni conferma involontariamente questa lettura intervenendo in televisione per ribadire una posizione prudente sulla crisi internazionale. Dichiara infatti: «Non condivido né condanno la decisione di Usa e Israele di attaccare l’Iran. L’Italia non è parte del conflitto e non intende esserlo».
Nei giorni successivi la premier torna sulla questione durante il dibattito parlamentare. Su La Stampa Marcello Sorgi parla di «un’occasione persa in un clima avvelenato», mentre Gianni Oliva scrive che la formula scelta dalla premier — “non condivido e non condanno” — rischia di lasciare l’Italia “in una posizione attendista”.
Parallelamente cresce la tensione intorno al referendum sulla giustizia. La premier decide di scendere direttamente in campo a favore del Sì con un video pubblicato sui social e con una serie di interventi pubblici, segnale, come scrivono diversi commentatori di una crescente preoccupazione per l’esito del voto.
Nel suo comizio al teatro Parenti di Milano a conclusione della Convention di Fratelli d’Italia la premier utilizza toni molto duri. Come riportato da diversi quotidiani, Meloni afferma che se dovesse vincere il No «ci ritroveremo correnti ancora più potenti e magistrati ancora più negligenti», aggiungendo che potrebbero essere rimessi in libertà «immigrati illegali, stupratori, pedofili e spacciatori che mettono a repentaglio la vostra sicurezza». Su Avvenire si osserva che la premier sta “puntando sulla leva della paura”.
Le opposizioni reagiscono con durezza. La segretaria del Partito democratico Elly Schlein, intervistata su la Repubblica, accusa il governo di voler indebolire l’autonomia della magistratura e afferma: «Questa riforma non serve ai cittadini, serve a un governo che pensa che chi vince le elezioni non debba essere giudicato come gli altri».
Da notare come La Verità, che sul referendum sta facendo una compagna serrata per il sì, in due giorni dedichi due pagine alle testimonianze di due magistrate di lungo corso, Margherita Di Giglio e Fernanda Cervetti, che denunciano come il correntismo del Csm abbia ostacolato le loro carriere.
In questo contesto esplode anche il caso della Capo di Gabinetto del ministero della Giustizia, Giusi Bartolozzi, che durante un dibattito televisivo invita a votare sì al referendum affermando: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura che è un plotone di esecuzione». Le parole provocano immediate violente polemiche e richieste di dimissioni da parte delle opposizioni. Su il Fatto Quotidiano la funzionaria viene descritta come “la zarina di Nordio”, una figura molto influente negli uffici del ministero della Giustizia. Bartolozzi, per altro indagata per il caso Almastri, per altri difesa dal ministro Nordio.
Nella rassegna compare anche un’altra “zarina”, (quante sono!) Elisabetta Pellegrini, potentissima collaboratrice del Ministero delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini. Alcuni articoli ricordano il ruolo di Pellegrini in alcune nomine e incarichi legati al ministero e alle infrastrutture, alimentando polemiche sull’opportunità di determinate scelte amministrative e sulla rete di rapporti politici che gravitano attorno al dicastero.
Tra le figure femminili che intervengono nel dibattito pubblico emerge anche Marina Berlusconi, che pubblica su La Repubblica una lettera a sostegno del Sì al referendum sulla giustizia. Nel testo scrive che «se dovesse vincere il sì non sarà la vittoria di un partito ma una vittoria degli italiani», invitando a superare le contrapposizioni ideologiche. Alcuni commentatori interpretano questo intervento come un segnale politico significativo all’interno dell’area di centrodestra.
8 marzo, lavoro e parità
Anche se la guerra ha un po’ oscurato il tema, le celebrazioni dell’8 marzo sono state l’occasione per fare il punto sulla parità in Italia. L’ intervista di Laura Mattarella andata in onda al Tg3 è un punto di riferimento per tutti (Repubblica, Corriere, La Stampa). Il messaggio è chiaro: «Fare figli è ancora visto come un aggravio sul lavoro». La Verità apprezza la sobrietà del suo intervento paragonandolo alla Dorotea del film La Grazia di Sorrentino. Sul fronte delle manifestazioni, La Stampa e Repubblica raccontano le piazze di Non una di meno come un attacco diretto al governo Meloni (definito “antifemminista”). La Stampa racconta le manifestazioni contro il governo Meloni «che ha aumentato le norme sulla violenza di genere ma distrugge le politiche dell’antiviolenza» . Le femministe hanno riempito le strade e le piazze di 60 città italiane. Lamentano che in Italia abbiamo il governo guidato da una donna più antifemminista degli ultimi 80 anni. E il ddl Bongiorno è l’ ultimo atto di una serie di politiche che collocano le donne in uno stato di subalternità. Diverso il racconto del Giornale, che sottolinea come il governo guidato da una donna «è la più grande smentita nei confronti di quel patriarcato che le piazze dicono di voler abbattere». Libero si focalizza sugli eccessi, riportando il lancio di una torta sulla sede della Cgil a Bologna da parte di collettivi femministi.
In occasione dell’ottantesimo anniversario del primo voto femminile in Italia, alle amministrative del 10 marzo 1946, su Avvenire la storica Patrizia Gabrielli ricorda come nel 1946 partecipò alle urne oltre l’80 per cento delle donne, mentre la filosofa politica Giorgia Serughetti su Domani osserva che oggi la partecipazione politica femminile resta condizionata da disuguaglianze sociali ed economiche.
Diversi quotidiani dedicano spazio alla valorizzazione delle donne del passato , come La Stampa che ricorda Lydia Toraldo Serra, prima donna sindaca d’Italia eletta a Tropea nel 1946, mentre il Corriere della Sera dedica un servizio alla patriota Clara Maffei e al suo celebre salotto milanese.
Gender gap. Sulla Stampa del 9 marzo Claudia Luisi fotografa la situazione nelle aziende a partecipazione statale dove le donne ai vertici continuano ad essere mosche bianche. Nonostante tra i criteri di designazione dei consiglieri nei cda e nei collegi sindacali ci sia quello dell’equilibrio di genere, ci si limita al rispetto formale della legge, con un progresso lentissimo. In cifre: nel 2025 sul 621 componenti degli organi sociali uscenti delle partecipate, le donne erano 204, cioè il 32,8%, nel 2024 erano il 32,5% (dati del Rapporto sulle nomine delle partecipate statali 2025). Quanto alle amministratrici delegate, ne contiamo solo una, Giuseppina Di Foggia, ad di Terna, che con il prossimo rinnovo è in bilico. Meno “impossibile” essere presidente, come Silvia Rovere in Poste, Elisabetta Serafini in Saipem e Alessandra Bruni in Enav. Sta di fatto che in tre quarti dei casi le donne nei cda sono consiglieri indipendenti, con più di un incarico. In generale il gender gap in ambito manageriale vede l’Italia fanalino di coda in Europa: siamo terz’ultimi, seguiti da Croazia e Cipro (prima è la Svezia). Nel nostro Paese le donne rappresentano il 22% dei dirigenti, e sono cresciute del 28,9% in 4 anni, dal 2020 al 2024, secondo il rapporto dell’Osservatorio 4.Manager; solo il 6,3% è ascrivibile al Sud, dove peraltro si è avuta la crescita maggiore, il 37,2%. La ricerca rileva un altro squilibrio: le donne accedono abbastanza rapidamente alle posizioni apicali nella fase iniziali della carriera, ma fanno fatica a mantenerle nel tempo. Scivolano al 16% nella fascia d’età 55/59 anni, mentre i loro coetanei si mantengono saldi al loro posto. Non c’è dubbio che il lavoro di cura condizioni le carriere femminili ma anche il reddito. Da una ricerca di Nuova Collaborazione, associazione nazionale datori di lavoro domestico, risulta che l’assistenza a persone anziane o disabili, o l’impegno economico per conciliare lavoro e famiglia, grava per il 33,8% delle famiglie sul 30% del reddito. Nel 53% dei casi, in assenza di un supporto assistenziale, è una donna della famiglia ad aver ridotto o lasciato la sua attività lavorativa, solo nel 6% dei casi la rinuncia riguarda un uomo. Con il risultato di un impoverimento delle donne, anche sul fronte previdenziale.
Di “femminilizzazione della povertà” si è parlato anche durante lo sciopero transfemminista del 9 marzo, al quale hanno aderito anche Cgil, Cobas, Cub e Usb, come riporta il Corriere. Le mansioni più povere e precarie, dalla sanità all’istruzione al terziario, oggi sono ricoperte da donne, migranti e persone con disabilità. Un tema che ci porta dritti al Gender gap index del World economic forum, dove l’Italia ha perso 22 posizioni negli ultimi 3 anni ed è all’85esimo posto su 148 nella classifica mondiale al contrasto del divario di genere.
In un dibattito live sul sito del Corriere, è stato ricordato che in Italia il 47% delle donne non lavora e il 44% non ha accesso a un conto corrente. Carlo Cottarelli ha sottolineato anche il divario salariale e le carriere in salita con un suggerimento al governo: «Le misure che funzionano meglio se si guarda agli altri Paesi sono gli asili e il congedo paritario». Ma proprio sul congedo, bocciato dal governo, la ministra Roccella ha detto: «Non crediamo negli obblighi imposti dall’alto, meglio le premialità che coinvolgano le imprese nel cambiamento».
Lavoro. Sul Sole24ore del 10 marzo Rossella Savojardi esamina i dati sull’occupazione femminile: l’Istat registra a gennaio 75 mila nuove occupate, ma le donne inattive sono cresciute di 129 mila unità, rivelando un quadro strutturale fragile, mentre lo scenario globale appare eterogeneo. Le imprese quotate invece sembrano aver acquisito il concetto di “più parità più competitività”. Per l’UN Global compact network Italia, nel 2025 sono 114 le borse mondiali che hanno aderito alla Ring the bell for gender equality, segnale di una finanza sempre più attenta alla leadership femminile. Il 13% delle economie globali prevede quote di genere nei CdA: «Si conferma che con almeno il 25 % di donne negli executive board la redditività cresce», dice Daniela Bernacchi, executive director di UNGlobal Compact Italia. Ma la realtà resta segnata dalle disparità: per la World Bank le donne nel mondo hanno solo il 64% dei diritti legali riconosciuti agli uomini e continuano a guadagnare in media il 20 % in meno (dati Organizzazione mondiale del lavoro). L’Ai complica le cose. Le donne sono solo il 12% della forza lavoro e il 6% tra gli sviluppatori di software. L’automazione, poi, colpisce di più le mansioni meno retribuite, spesso ricoperte dalle donne.
Nonostante tutto l’Italia è risalita al 12° posto nel Gender Equality Index 2024. Nelle PMI si registra il 35% di donne in posizioni apicali, il 25% nelle grandi aziende. Per questo proprio le grandi imprese hanno adottato al 96% politiche sulla parità. Il settore con il gap più basso è quello pubblico, grazie a vincoli normativi e concorsi. L’urgenza di interventi ancora una volta è nei numeri: Il Global Gender Gap Report 2025 avverte che il divario mondiale è colmato solo per il 68,8%: a questo ritmo ci vorranno 123 anni per raggiungere la parità. Nel breve periodo in Europa ci si affida alla direttiva che da giugno imporrà l’obbligo di trasparenza retributiva e di misure correttive dove il gap salariale superi il 5%.
A proposito di diritti Repubblica e La Stampa danno rilievo alla manager di Conegliano reintegrata dopo essere stata costretta a “fare il caffè” e licenziata perché incinta; a lei viene riconosciuto un risarcimento record di 50 mila euro per “danno da discriminazione”.
Università: calano le studentesse. I dati del Mur sulle matricole, pubblicati il 14 marzo dal Sole mettono a confronto le iscrizioni al febbraio 2026 con quelle del febbraio 2025. Precisando che si tratta di dati provvisori, il quadro è una doccia gelata. Le matricole diminuiscono del 3,3 % rispetto al 2025, e diminuiscono le iscrizioni alle facoltà Stem. Nel 24/25 le matricole erano 338.893 di cui 149.187 ragazzi e 189.706 ragazze. Nel 25/26 le matricole scendono 327.468 di cui 145.716 maschi e 181.752 femmine. Si evince che il calo più significativo riguarda le studentesse: -4,2 % rispetto a – 2,3% dei maschi.
In tempi di guerra, chiudiamo con l’intervista a Marcella Corsi, ordinaria di Economia politica alla Sapienza e fondatrice della rivista inGenere.it, uscita sulla newsletter del Manifesto. La studiosa spiega come il modello economico femminista sia un modello alternativo, di pace, che fa paura ai governi che ora propongono l’economia di guerra come inevitabile. E rivendica l’importanza dello “sciopero femminista” sul modello islandese: le donne hanno il potere di bloccare un Paese per rivendicare i loro diritti.
Cronaca
Il caso della “famiglia del bosco” ha tenuto banco. È il tema più divisivo, che vede contrapporsi il diritto alla genitorialità e la tutela dei minori. Libero e La Verità danno spazio all’argomento e adottano il taglio più critico verso la magistratura. Libero parla di “visione comunista” (i figli come proprietà dello Stato), mentre La Verità , dando voce alla Garante per l’infanzia Marina Terragni arriva a paragonare il caso a quello di Enzo Tortora. Il Giornale e QN sottolineano l’indignazione del governo e riportano la reazione “senza parole” di Giorgia Meloni e l’invio degli ispettori da parte del Ministro Nordio. La Stampa e Repubblica cercano un equilibrio, riportando la difesa dei magistrati de L’Aquila, che denunciano “toni aggressivi”, sottolineando la scorta assegnata alla giudice Angrisano per le minacce ricevute. Il Corriere della Sera mantiene un profilo analitico. Intervista esperti come lo psichiatra Massimo Ammanniti che critica l’astrattezza delle decisioni basate su teorie psicanalitiche. Su Domani l’editoriale di Gianfranco Pellegrino accusa la Meloni di usare il caso per attaccare i giudici in vista del referendum, ignorando i traumi pregressi dei bambini. Avvenire difende il sistema di tutela dei minori, avvertendo che delegittimare i servizi sociali danneggia i bambini stessi.
Due casi di femminicidi dominano la scena: l’omicidio di Daniela Zinnanti a Messina da parte dell’ex compagno, che era ai domiciliari e avrebbe dovuto indossare il braccialetto elettronico ma non era disponibile, e quello di Eleonora Guidi a Firenze. Il delitto di Messina ha riacceso il dibattito sull’efficacia delle misure di protezione. Domani è il più netto nel definire le riforme del governo “a costo zero” e quindi inefficaci. Il Giornale sottolinea come l’uomo avesse già rotto sette costole alla donna e critica la “macchina della giustizia” che si è inceppata. Avvenire solleva un dubbio tecnico-giuridico sul perché il GIP non avesse vincolato la misura cautelare all’effettiva disponibilità del braccialetto.
Fa discutere invece il caso del femminicidio di Eleonora Guidi, accoltellata a morte l’8 febbraio 2025 davanti al figlio di un anno e mezzo dal compagno Lorenzo Innocenti, che non può essere processato perché giudicato incapace di intendere dopo un tentato suicidio. Libero e La Stampa danno voce allo strazio della sorella della vittima, chiedendosi se basti “buttarsi dal balcone” per evitare il carcere.
La richiesta di condanna per Chiara Petrolini, la ventiduenne di Traversetolo accusata di aver ucciso e sepolto in giardino i suoi due neonati, è un altro dei temi centrali. Tutti i quotidiani riportano la richiesta di 26 anni di carcere formulata dalla Procura di Parma. I giornali danno ampio spazio alle prime dichiarazioni della giovane in aula che rifiuta l’etichetta di “madre assassina”, sostenendo di non essersi accorta delle gravidanze e che i piccoli non respirassero al momento del parto. La Stampa è il quotidiano più netto nel contrapporre le parole della ragazza alle prove tecniche: le ricerche sul computer riguardanti “parto e induzione all’aborto” smentiscono, secondo l’accusa, l’inconsapevolezza e dimostrano una “scelta deliberata” di morte
Lo sport
Lo confessiamo, dopo l’ubriacatura dello scorso mese, con le straordinarie Olimpiadi di Milano-Cortina e con le donne finalmente protagoniste nelle pagine dei giornali sportivi e non, ci eravamo illuse che la narrazione quotidiana potesse prendere una piega differente scoprendo, una volta per tutte, lo sport al femminile. Invece questa settimana si è drammaticamente tornati al punto di partenza con pochissime eccezioni. Una di queste, senza ombra di dubbio, è stata rappresentata dallo straordinario exploit di Chiara Mazzel capace di conquistare 4 medaglie in sei giorni di gare alle Paralimpiadi. La storia sportiva della ventinovenne parte da un episodio avvenuto nel 2014, quando aveva 17 anni. Un glaucoma fulminante le tolse la vista dall’occhio sinistro e la rese quasi cieca dal destro. Dopo la diagnosi la giovane si chiuse in casa per anni, bloccata dalla paura. La svolta arrivo’ a Pyeongchang nel 2018, seguendo le gare e ascoltando le imprese di Giacomo Bertagnolli Mazzel capì che era possibile tornare a gareggiare anche con una disabilita visiva. Da quel momento l’attività sportiva è diventata per lei una forma di libertà. Gli anni trascorsi chiusa in casa sono lontani, ma il motto che ripete spesso riassume il percorso compiuto: «Andare avanti senza fermarsi».
I successi di Chiara non devono però farci dimenticare i problemi che ancora attanagliano gli sport paralimpici. Ne parla per esempio sul Sole 24 ore Melania Corradini, ex campionessa e ora voce Rai che segnala come in 20 anni da Torino 2006 a Milano-Cortina 2026 il numero degli atleti maschi sia passato da 40 a 45, quelli delle donne da 6 a 5. Oltre al fatto che non c’e la squadra femminile di para hockey. Antonella Belluti su Domani sottolinea come tra le Olimpiadi e le Paralimpiadi ci sia un profondo divario nei premi, per gli atleti paralimpici un oro vale 100mila euro, la meta di quello che prende un atleta olimpico. L’ennesima conferma che lo sport è l’unico ambito in cui si legittima l’esistenza di privilegiati professionisti (pochi) e precari dilettanti (la maggioranza). Lo stesso metodo che per decenni ha negato alle atlete l’eguaglianza con i maschi. Sulla Stampa il presidente del comitato paralimpico Marco Giunio De Sanctis parla con soddisfazione dei grandi risultati ottenuti in questa edizione ma sottolinea come le atlete siano ancora poche: «Servono – dice – interventi per fare avvicinare le ragazze e farle restare. La vera sfida è culturale».
Chiuso il capitolo olimpico ci resta da segnalare solo su Domani un pezzo che fa chiarezza sul Motorsport, un mondo prevalentemente maschile che tenta anche di diventare “un affare per donne”. Ma la strada è lunga e piena di insidie perché in passato i tentativi di emanciparsi delle pilote sono falliti nel disinteresse generale. E su Tuttosport la lettera che, in occasione del conferimento del cavalierato del lavoro da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il direttore Guido Vaciago scrive all’ex capitana della Nazionale e della Juve Women Sara Gama. Lei è descritta come la persona più adatta per salvare il calcio perché ha frequentato i terreni di gioco, ma anche il mondo, sa le lingue ed è dotata di grande determinazione.
A chiudere il solito imbarazzante menu le poche righe dedicate al ritorno alla vittoria di Elena Curtoni nel Superg (i tre giornali sportivi nella giornata di lunedì), le partite nelle Coppe e in campionato per le squadre di volley, l’Italbasket in cerca di qualificazione ai mondiali, la presentazione della Sanremo women che a Firenze schiera ai nastri di partenza le migliori cicliste del mondo.
Cultura e spettacoli
Venezia e Venezi. Ci sono due vicende, entrambe ambientate a Venezia, che si sono intrecciate questa settimana: la conferma della direttrice d’orchestra Beatrice Venezi alla direzione musicale del Teatro La Fenice e la polemica politica e diplomatica sulla partecipazione degli artisti russi alla Biennale.
La conferma di Venezi alla guida dell’orchestra della Fenice viene letta da vari giornali come un passaggio fortemente politicizzato. Su Libero la ratifica della nomina è presentata con toni trionfali: la decisione del consiglio della Fondazione viene descritta come la prova che sono stati “sconfitti i sindacati”, mentre il sovrintendente Colabianchi interpreta la scelta come «un investimento sul futuro, data la giovane età della direttrice», in controtendenza rispetto alle tradizionali carriere più lunghe nel mondo della direzione d’orchestra.
Molto diverso il tono di La Stampa, dove il critico musicale Alberto Mattioli racconta la vicenda come un caso emblematico di interferenza politica. Nel suo commento sottolinea che la decisione è stata confermata da un Consiglio “tutto di esponenti del centrodestra”, ad eccezione dell’unico musicista presente, Alessandro Tortato, che si è dimesso subito dopo la ratifica spiegando: «La questione si è fatta meramente politica e non c’è più bisogno di avere un musicista tra i consiglieri. Quindi me ne vado». Mattioli ricorda anche come la polemica abbia ormai travalicato i confini italiani, citando la rivista tedesca Opernwelt, che scrive che «motivi artistici per la nomina di Venezi si cercano invano». Proprio Mattioli mette in relazione la questione della Fenice con l’altro caso, quello della Biennale, che si configura come un duello tra il presidente della Fondazione Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli e che mostra le difficoltà della destra nella gestione delle politiche culturali. Il nodo è l’apertura del padiglione ufficiale della Russia nonostante le sanzioni europee in atto voluta da Buttafuoco, mentre Giuli è contrario.
Su La Stampa Anna Zafesova racconta che migliaia di artisti dissidenti avrebbero firmato una lettera di protesta, convinti che dietro l’operazione ci sia il regime di Mosca. Tra le promotrici della mobilitazione l’artista Katia Margolis, che denuncia: «Oggi è impossibile l’esistenza di una cultura indipendente dal regime».
Icone. Tutti i giornali ricordano Enrica Bonaccorti, scomparsa a 76 anni, a causa di un cancro di cui aveva ampiamente parlato. Il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano, Il Giornale, Libero, Domani e Avvenire ripercorrono la sua lunga carriera di conduttrice, autrice e personaggio televisivo, donna libera e intelligente. La Repubblica pubblica anche il ricordo di Mara Venier, che la descrive come un’amica ironica e creativa. Il Corriere rievoca inoltre un episodio del 1986, quando Bonaccorti fu duramente criticata dai media per aver annunciato in televisione la propria gravidanza, vicenda che – secondo il racconto – contribuì a un aborto spontaneo.
Questa rassegna è frutto del lavoro di squadra di Luisa Brambilla, Laura Fasano, Paola Farina, Elisa Messina, Paola Rizzi, Luisella Seveso, Maria Luisa Villa, Agnese Zappalà.
