La storia del voto alle donne in Italia data da ben prima degli 80 anni che si stanno celebrando quest’anno. Si può far risalire al periodo post-risorgimentale con i molteplici tentativi di proposte legislative di estensione del voto anche se solo amministrativo, alle donne.
Nei primi anni del ‘900 con l’echeggiare delle rivendicazioni femministe ed emancipazioniste che arrivava dagli Stati Uniti dall’Europa e financo dall’Australia, dove già nel 1902 le donne avevano ottenuto il diritto di voto attivo e passivo, comincia a crescere un movimento femminile che chiedeva il diritto di voto, soprattutto sulla spinta delle idee di Anna Maria Mozzoni, e che si organizza in veri e propri movimenti come il Consiglio nazionale delle donne italiane (1903), Pensiero e Azione e Azione muliebre, di ispirazione cattolica, in forte rottura coll’orientamento della Chiesa del tempo, e altri.
Le suffragette italiane meno irruenti e aggressive di quelle degli USA e del Regno Unito risultarono più efficaci se uno sparuto gruppo di maestre marchigiane di Senigallia ottennero per circa 10 mesi l’iscrizione alle liste elettorali, cioè potevano esercitare il diritto di voto alle elezioni politiche se si fosse votato!
Come era successo? Cosa lo aveva determinato? Riavvolgiamo il nastro all’indietro e indaghiamo sulla genesi dell’ottenimento del voto solo per 10 donne, ma a provarci erano state molte di più.
Le riforme di fine ‘800 del sistema scolastico avevano determinato un progressivo aumento della scolarizzazione, la possibilità di accedere ad un salario, seppur modesto, che offriva alle donne una occasione di socialità e di riflessione e nuova consapevolezza della propria condizione. C’era un proliferare di comitati pro voto e di manifestazioni che lo chiedevano. Veniva stampato un numero sempre crescente di pubblicazioni femminili, giornali, periodici, settimanali fogli e una schiera di giornaliste era impegnata a scrivere di questioni femminili.

Fra queste un posto di spicco occupava Olga Ossani, intellettuale poliedrica che fu giornalista, scrittrice, esperta di pubbliche relazioni e comunicazioni, femminista e militante, scoperta solo da qualche anno ad animare col suo cenacolo di donne illustri e intellettuali, la vita culturale di Santa Marinella, che in controtendenza con i giornali dell’epoca, sceglieva di scrivere di diritto di voto, della subalternità della donna nella famiglia, del diritto alla ricerca della paternità, di libero accesso al lavoro e alle professioni con pari condizioni, di divorzio. Addirittura crea fin dal 1905 all’interno del giornale La vita fondato dal marito Luigi Lodi e da lui diretto, una rubrica aperta alle donne per sostenere la battaglia suffragista, per informare sulle diverse iniziative avviate in Italia e favorire il dibattito tra le lettrici. Attraverso le lettere che furono indirizzate a Ossani è possibile ricostruire l’attività del comitato nazionale pro suffragio femminile presieduto da Giacinta Martini Marescotti.
Con ciò Ossani mostra che l’informazione declinata nella pratica del giornalismo può divenire strumento di propaganda delle idee emancipazioniste e di liberazione della donna. Sceglie di sperimentare, come altre donne a lei coeve, il potere delle parole sulla formazione dell’opinione pubblica, unica via per favorire la circolazione pubblica delle idee e arrivare alle donne di ogni estrazione sociale.
Dalle colonne del giornale La Vita porta avanti una mobilitazione delle donne senza precedenti nella battaglia per il diritto di voto giungendo al dibattito parlamentare e determinando esiti assolutamente imprevedibili.
Oltre ai suoi articoli ospita contributi di altre donne con cui condivide le stesse battaglie, fra cui vogliamo ricordare è Maria Montessori, insigne pedagogista e antropologa, fra le prime italiane a conseguire una laurea, paladina dell’emancipazione femminile, che lancia dalle pagine dello stesso giornale un Proclama in cui esortale donne ad iscriversi nelle liste elettorali politiche ribadendo in modo un po’ corsaro che nessun divieto era espressamente contemplato dalla legge.
La notte del 3 marzo 1906 il Proclama è stampato sui manifesti ed affisso clandestinamente sui muri di Roma. Nel frattempo un gruppo scrive una petizione a Camera e Senato per il riconoscimento di questo diritto, con firmatarie: Maria Montessori, Anna Maria Mozzoni, Olga Ossani e molte altre. Il Proclama suscitò una vasta eco in tutto il Paese fino ad essere pubblicato dal Corriere l’11 marzo 1906 poi ripreso e dibattuto da tutta la stampa dell’epoca (c’erano più di 270 pubblicazioni) e in particolare in quella femminile come Vita Femminile, Il Giornale delle Donne, Unione Femminile, La Donna Socialista, L’Unione e naturalmente La Vita.

Questo enorme battage porta innumerevoli audaci e indomite donne a richiedere l’iscrizione nelle liste elettorali per le future (eventuali) elezioni politiche. Non senza sorpresa vennero presentate e accolte le richieste in 11 Commissioni Elettorali (Mantova, Caltanissetta, Imola, Palermo, Venezia, Cagliari Ancona, Firenze, Brescia, Napoli e Torino). In 10 di queste vennero bocciate in seconda istanza.
La doppia sorpresa giunse però da Ancona dove le richieste di 9 maestre di Senigallia e una di Montemarciano vengono accolte ritenendole in possesso dei requisiti di legge. La Commissione Elettorale della Provincia di Ancona accoglie l’istanza. Il Procuratore del Re fa immediatamente ricorso. Un esito sorprendente seguito da uno più clamoroso: la bocciatura del ricorso il 25 luglio 1906 da parte della Corte di Appello di Ancona presieduta dal giudice Ludovico Mortara. Già docente di procedura civile a Pisa e Napoli, futuro Ministro della Giustizia, appellato come il “Giudice delle Donne” in un godibile volume di Maria Rosa Cutrufelli, diede loro ragione.
Si scatenarono critiche, polemiche e reprimende di pensatori e giuristi da ogni dove, da Vittorio Emanuele Orlando a Livio Minguzzi, da Manfredi Siotto Pintor a Giuseppe Favini. Ma i sindaci dei comuni delle “elettrici” iscrissero le 10 maestre nelle liste elettorali. Le prime elettrici europee che con le ricorrenti crisi di Governo potevano diventare anche le prime votanti europee. Ma non avvenne! Intanto la storia faceva il suo corso con la Cassazione che accoglieva il ricorso e la Corte di Appello che decretava l’8 maggio 1907 la cancellazione dalle liste delle maestre marchigiane.
Calava così il sipario su una vicenda che costituiva l’acme del processo di emancipazione femminile italiano nel periodo postunitario. Con l’epilogo del completo oblio calato su questa vicenda per più di un secolo.
Ciò non toglie merito all’impegno di Ossani e del suo foglio che si mobilitò nella battaglia per il voto femminile ottenendo di vederlo riconosciuto anche se solo a dieci maestre, prime nella storia europea anche se per 10 mesi soltanto e di cui nessuno sapeva fino al 2012 (anno pubblicazione del libro di Marco Severini) e che ancora nessun manuale di storia riporta!