Rassegna sui generis: la settimana di notizie sulle donne (dal 14 all'19 settembre 2026)

Una settimana di notizie sui nostri media: come e quanto si parla di donne? E quante sono le donne a scrivere del mondo. GiULiA prosegue con il suo osservatorio sui giornali in ottica di genere

Rassegna sui generis: la settimana di notizie sulle donne (dal 14 all'19 settembre 2026)
La fotonotizia in prima pagina della Stampa con Mattarella
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20 Settembre 2026 - 17.20


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Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Giornale, L’Avvenire, Domani, il Fatto quotidiano, Il Sole 24 ore, Qn, Il manifesto, Libero, La Verità, La Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Il Corriere dello sport.

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Dal 14 al 19 settembre 2026
Firme  in prima pagina:  895 uomini, 295 donne
Editoriali, commenti, analisi:  uomini 188, donne 34
Interviste: uomini  212, donne 85

Dopo la pausa estiva ritorniamo con il nostro osservatorio mensile sulla stampa quotidiana. Due osservazioni preliminari: a luglio il quotidiano La Stampa ha cambiato assetto proprietario e direzione. Nella nostra rilevazione di settembre in sei giorni sul giornale torinese non è uscito nemmeno un commento o editoriale in prima pagina a firma di una donna. Non era mai successo, anzi La Stampa si è sempre contraddistinta per una forte valorizzazione delle firme femminili. Sarà un caso. Vedremo. Abbiamo comunque scelto una foto in prima pagina della Stampa per illustrare una delle poche buone notizie della settimana. Non è invece una coincidenza che il report UnWomen che denuncia una retrocessione della parità di genere a livello globale abbia trovato spazio, sui giornali di carta, solo su Avvenire. Tutto si tiene.

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Cronache di ordinaria violenza e di straordinario coraggio

È quasi un rito, un’attesa senza troppe illusioni, la pubblicazione dell’indagine Istat sulla violenza degli uomini contro le donne in Italia. Il  report sul 2025 vale una pagina sui giornali o una colonna, come quella apparsa su  Libero. I dati sono un pugno nello stomaco. Tre milioni di donne vittime di violenza prima dei 16 anni e  più della metà non l’ha mai raccontato (58%). Nel 29 % dei casi gli autori della violenza sono conoscenti, nel 18,4 % parenti. E se il 9 % ha subito violenza fisica prima dei 16 anni, per le minori straniere la percentuale sale al 19,6. Sulla Stampa la senatrice PD Valeria Valente commenta: «Altro che sconosciuti o extracomunitari, l’orco è in casa». Infatti tra gli autori di almeno una violenza fisica prevalgono i padri o patrigni (27,3 italiane, 36,6 straniere) ma anche le madri (28 % italiane e 53,5 straniere). Il rapporto sottolinea che chi ha subìto violenza da bambina ha quasi il doppio delle probabilità di subirne ancora da adulta. Tra le italiane che avevano visto usare violenza fisica contro la madre, il 53,7 % ha poi subito violenza fisica o sessuale da adulta. E il 62% delle italiane dichiara che i figli hanno assistito alle violenze.

Sul Manifesto Lella Paladino, sociologa e attivista dei Centri antiviolenza spiega: «Sotto i sedici anni c’è scarsa capacità di nominare la violenza e riconoscerla . Fino a qualche anno fa era più facile per i Cav entrare nelle scuole anche di primo grado con programmi appositi per aiutare i bambini e le bambine a distinguere, ad esempio, le effusioni dagli abusi. Oggi siamo costrette ad usare parole generiche pur di portare i programmi nelle scuole, perché i dirigenti scolastici hanno paura di esporsi».

Su Repubblica Cristina Carelli, presidente della rete Dire, si chiede se «chissà se questo governo, davanti a questi dati sconvolgenti, ripenserà alle scelte contro l’educazione affettiva a scuola».  

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Per qualche giorno il caso delle due donne ferite per la strada da un cecchino nel quartiere Prati a Roma (e quattro turiste spagnole, sfiorate dai colpi) ha suscitato allarme. L’uomo, arrestato e reo confesso,  ha subito precisato che non odia le donne.  Ha sparato a caso, “per noia”. Conchita De Gregorio, su Repubblica, ha dei dubbi «visto che ha dichiarato di evitare accuratamente anziani e bambini», e mette in guarda dal «cadere nella trappola della definizione di pazzo».

Sul fronte giudiziario, confermato in appello l’ergastolo per Davide Fontana, l’ex bancario che l’11 gennaio 2022 uccise e fece a pezzi l’ex fidanzata Carol Maltesi, 26 anni, nell’abitazione di lei a Rescaldina, Milano.

Cosa resta dopo un femminicidio? Un bel racconto su Avvenire riporta l’attenzione sugli orfani attraverso le parole di una nonna, Stefania Mattioli. Le sue nipotine hanno perso la mamma, uccisa dal compagno, quando avevano 4 anni e 20 mesi.  Nel 2020 è diventata operativa la legge 4 del 2018, unica a livello europeo, che ha riconosciuto una serie di diritti ai figli delle donne uccise , dalle borse di studio ai rimborsi per spese medico-psicologicoassistenziali, fino a un sostegno da 300 euro al mese per le famiglie affidatarie. Eppure Stefania Mattiioli sta ancora aspettando la ratifica dell’affido, a 11 anni dalla morte della figlia. E ancora non esiste un elenco delle vittime di femminicidio. La proposta di un registro nazionale, a prima firma di Mara Carfagna, giace in Parlamento. 

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Donne che non possono sopportare pesi troppo grandi. La notizia del suicidio di  Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, uccisa dall’ex compagno mafioso, è stata raccontata con un senso di impotenza. Dopo la morte dalla madre, Denise era diventata testimone di giustizia. Aveva 35 anni, un figlio, un compagno, e viveva nascosta. Tanti i commenti commossi, da Nando dalla Chiesa a don Ciotti. La procura di Velletri ha aperto un fascicolo per istigazione al suicidio contro ignoti.

Chiudiamo con donne che mettono in gioco la propria vita per la giustizia. Sono le magistrate sotto scorta nel mirino di cosa nostra, camorra, ndrangheta, sacra corona unita, dalla Lombardia alla Sicilia. Il Fatto ha dedicato due pagine di approfondimento  dopo la denuncia delle minacce contro Alessandra Cerreti, la pm titolare di Hydra, il maxiprocesso sul cartello delle mafie nel Nord, da tempo sotto scorta. Ma c’è anche la pm Annamaria Frustaci, 48 anni, Catanzaro, da 10 parte della Direzione distrettuale Antimafia, sotto scorta dal 2019. E Maria Francesca Mariano, giudice per le indagini preliminari a Lecce: nel 2023, dopo essersi occupata del processo “The Wolf ”, che ha smantellato la cosca Lamendola-Cantanna, radicata nel Comune brindisino di Mesagne, ha ricevuto lettere minatorie partite dal carcere di Borgo San Nicola e ha trovato una testa mozzata di agnello e un coltello sulla tomba del padre. L’elenco è tristemente affollato. Nomi sconosciuti, dietro i quali ci sono donne con una vita e un impegno che vale la pena di conoscere.

Meno male che c’è Mattarella

La settimana politica dei quotidiani è dominata da tre argomenti che investono i temi di genere: il ricordo di Emma Bonino, il voto sulla nuova legge elettorale, il dibattito interno al centrosinistra per il candidato leader le primarie e il conseguente prefigurarsi di uno scontro al femminile tra Meloni e Schlein.
Il Messaggero evidenzia la partecipazione di “moltissime le donne”, oltre ai tanti politici, alle esequie di Bonino che emerge come figura capace di aver prodotto identificazione politica tra generazioni diverse di donne.
Domani dedica una pagina al discorso della segretaria Pd Schlein in cui si dice pronta a vincere le primarie. Alcuni passaggi: «Il Pd non sarà mai il partito del capo o della capa, è un partito plurale». E anche: «C’è chi non vuole una donna di sinistra a Palazzo Chigi. Io posso solo offrire le mie aggravanti personali, essendo donna, avendo 40 anni ed essendo libera, ma se questo vuole il Paese io sono qui».

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Il tema della legge elettorale, approvata al Senato mercoledì (poi tornerà alla Camera a fine mese) pone un notevole problema di genere sulla rappresentanza femminile (i capilista bloccati senza alternanza di genere) che i quotidiani trattano in modo diverso. O non trattano proprio. Repubblica intervista Elena Bonetti, presidente di Azione che invita le deputate di destra alla Camera a dire no a questa legge: «Se passerà rischiamo un parlamento con meno del 20% delle elette. Vogliono più uomini con le candidature blindate». E a chi dice che se sono brave le donne ce la fanno lo stesso risponde: «Un pregiudizio storico insopportabile».

Le risponde qualche giorno dopo Stefania Craxi intervistata dal Domani: «Il tema della partecipazione femminile alla vita pubblica sia troppo importante per essere ridotto a una questione numerica. Esiste certamente un tema di accesso ai ruoli decisionali, ma non credo che la risposta stia nelle quote, bisogna rimuovere gli ostacoli che impediscono la partecipazione».

Il 17 settembre su Domani un editoriale della filosofa Giorgia Serughetti, partendo dalla legge elettorale e dal rischio che porti a una minore rappresentanza femminile in Parlamento, spiega come la prima donna arrivata alla presidenza del Consiglio non abbia lavorato per tutte le donne ma solo per sè stessa nonostante l’immagine “pseudo-femminista” che cerca di portare avanti. L’enfasi sul merito di una (Meloni) rimpiazza l’obiettivo dell’uguaglianza, quello del cambiamento per tutte. E la metafora del soffitto di cristallo infranto è fuorviante nel suo caso: non è vero che se una lo rompe apre la strada a tutte.

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Infine Corriere e Stampa dedicato spazio alla visita di Mattarella a Grosseto, alla stanza Rosa dell’Ospedale della Misericordia, esperienza che fece da apripista al codice Rosa nei pronto soccorso per il trattamento delle vittime di violenza di genere. E’ il modo con cui il presidente ha voluto rispondere alla lettera inviategli dal padre di Lorena Isceri, uccisa dall’ex a Firenze.

Nel suo discorso il presidente ricorda il numero di donne vittima di femminicidio nel 2026 (34 e non 8 come riporta il report del Ministero dell’Interno) e pone l’accento sulla prevenzione che dovrebbe partire dalla scuola.

A questo proposito, il Sole24Ore torna sul tema del consenso informato per l’educazione sessuale a scuola: il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, va avanti per la sua strada nonostante l’opposizione abbia raggiunto le 500mila firme per l’abrogazione totale della legge 104/2026, in coincidenza con l’avvio dell’anno scolastico 2026/27 dal Mim arriva la circolare con le istruzioni alle scuole per aggiornare il patto di corresponsabilità con le famiglie e tenere conto della nuova normativa. Nel mirino ci sono i corsi extracurriculari e le attività previste dal piano triennale dell’offerta formativa sull’identità di genere.

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Lavoro e parità di genere, se ne riparla

Parità di genere: traguardi lontani e divari globali. E’ la sintesi delle notizie economiche della settimana. Un’analisi impietosa arriva dal report di UN Women (ripreso da Avvenire), secondo cui, al ritmo attuale, l’umanità impiegherà quasi due secoli — fino al 2197 — per raggiungere una piena parità tra uomini e donne. La notizia più preoccupante è che a livello globale invece di andare avanti si torna indietro.  In alcuni settori specifici si sta verificando una vera e propria regressione, con un indebolimento sistematico di Istituzioni e movimenti creati per promuovere la parità di genere. La situazione trova conferma nei dati della Banca Mondiale, che fotografano una realtà in cui meno del 4% delle donne vive in economie vicine alla piena uguaglianza giuridica nelle opportunità economiche, mentre una su cinque continua a sposarsi prima della maggiore età. Il rapporto evidenzia il persistere di un «doppio vincolo»: le donne risultano sovrarappresentate nelle aree della povertà e dell’esclusione, ma al contempo sottorappresentate nei ruoli apicali e di potere in grado di incidere sulle decisioni. Per invertire la rotta, l’ente Onu indica priorità precise, tra cui l’adozione di quote di genere, leggi contro la violenza nella vita pubblica e il ripristino dei finanziamenti alle organizzazioni per i diritti.

Sul fronte nazionale, da registrate il gap retributivo del 12% tra le tute blu. Lo dicono i dati diffusi da uno studio della Fiom-Cgil (presentato a Roma nell’ambito dei 125 anni del sindacato e analizzato da Il Sole 24 Ore e il manifesto). L’indagine, basata su 1.315 rapporti di lavoro del biennio 2024-2025 per oltre 500 mila dipendenti, mostra un gender pay gap complessivo del 12% nell’industria metalmeccanica. Le donne rappresentano il 21,5% della forza lavoro totale del settore, ma la loro distribuzione vede percentuali sbilanciate (17,5% tra i dirigenti, 23,1% tra i quadri, 30,5% tra gli impiegati e solo il 12,2% tra gli operai), con differenze retributive annue che oscillano dai circa 6.100 euro per gli operai fino a quasi 30.000 euro per i dirigenti.

Quando, nella storia delle lotte femministe, abbiamo iniziato a discutere della condizione delle donne dentro le fabbriche – ha ricordato sul Manifesto la segretaria nazionale della Fiom, Barbara Tebaldi – eravamo contro il part-time, perché sapevamo che avrebbe determinato uno svantaggio economico che rendeva le donne meno autonome». Da segnalare che la categoria dove il divario salariale è maggiore è quella dei dirigenti, «storicamente non sindacalizzati»: la differenza del salario arriva a 29mila euro all’anno «non per differenze nella qualifica, ma solo per differenza di genere».

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In controtendenza sembrerebbero i dati diffusi da Il Sole 24 Ore che indicano un forte balzo in avanti della certificazione di parità di genere: dalle 150 organizzazioni certificate nel 2022 si è arrivati a quota 14.612 a maggio 2026. Almeno sulla carta.

Nel frattempo, il mondo del marketing deve adeguarsi all’inverno demografico (Il Sole 24 Ore): l’avanzata della generazione ageless (senza età) impone di archiviare il marketing generazionale tradizionale. Negli Stati Uniti, ad esempio, gli over 50 detengono il 70% del reddito disponibile, ma a loro è rivolto appena il 10% delle proposte commerciali, evidenziando una miopia dei brand che rischia di sprecare enormi opportunità di mercato.

Europa: emergono nuove leader

Tre figure femminili dominano le pagine degli Esteri in Svezia, Germania e a Bruxelles.
Nella Svezia al voto la protagonista assoluta è Magdalena Andersson, leader socialdemocratica che ha vinto per un solo seggio esorcizzando l’incubo del sorpasso dell’estrema destra di Jimmie Åkesson. Con il 27,9 per cento i socialdemocratici restano il primo partito ma costruire una maggioranza non sarà semplice.  Economista, 59 anni, per sette ministra delle Finanze, alla guida del partito dal 2021, “Mamma Magda” è stata la prima donna in Svezia a diventare premier, cent’anni dopo il suffragio universale e ha portato la Svezia nella Nato,

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Repubblica spiega la sua evoluzione politica: ha spostato il partito su posizioni più restrittive in materia di immigrazione senza dimenticare il welfare. Chi vuole vivere in Svezia deve imparare lo svedese, lavorare e diplomarsi se vuole i sussidi.

Ma è La Stampa a mettere in evidenza uno degli aspetti più interessanti del voto svedese: se avessero votato soltanto le donne, Andersson sarebbe già al lavoro sulla squadra di governo. Il 62 per cento delle elettrici ha scelto infatti i quattro partiti della sinistra; il 34 per cento ha votato socialdemocratico e appena il 12 per cento l’ultradestra. Tra gli uomini il rapporto quasi si capovolge.

Anche la Germania è alle prese con l’avanzata della destra dell’AfD. Su Repubblica Tonia Mastrobuoni racconta i timori suscitati in Sassonia-Anhalt  dal partito guidato da Alice Weidel. Sulla vita privata di Weidel  si soffermaDomani. Lesbica, sposata con una donna srilankese, è accusata di vivere in contraddizione con le posizioni del partito. Ma la contraddizione è solo apparente: Weidel utilizza le proprie scelte personali come dimostrazione che la Germania immaginata dall’AfD non discrimina per odio, ma in nome di quello che definisce “buonsenso”.

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Ma in Germania emerge anche un’altra nuova figura, di segno politico opposto. Il Corriere della Sera dedica un bel ritratto a Elif Eralp, 45 anni, a un passo da un’impresa storica: diventare la prima sindaca di Berlino espressione della Linke e la prima figlia di immigrati turchi alla guida della capitale. È la punta di un’ondata rossa in una Berlino da sempre città di sinistra.

L’Europa è un altro grande tema della settimana: con il discorso sullo Stato dell’Unione di Ursula von der Leyen, ampiamente ripreso da tutti i giornali, la presidente della Commissione disegna un’Europa chiamata a rafforzarsi di fronte alla Russia e alle spinte nazionaliste interne, ribadisce il sostegno all’Ucraina e apre a un rapporto privilegiato con il Canada. Sull’immigrazione propone il rafforzamento di Frontex. Per i più giovani propone il Kids Act, che punta a limitare l’accesso dei minori ai social network: niente social sotto i 13 anni e apertura autonoma di un profilo solo dai 15 anni in poi.

Nel suo discorso Von der Leyen non risparmia un affondo sui diritti delle donne, quanto mai fragili: fragoroso applauso, ma La Stampa osserva che, al di là di queste parole, il capitolo dei diritti è apparso piuttosto povero di contenuti concreti.

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E proprio i diritti delle donne entrano fisicamente nell’Europarlamento con la polemica sulla mostra contro l’aborto promossa da FdI e curata da ProVita, presentata come esposizione sull’inizio della vita umana, (14 tazebao sulle fasi dello sviluppo dell’embrione) duramente contestata da socialisti, sinistra e Verdi come campagna contro la libertà di scelta. ProVita chiama  in causa la libertà di espressione.

Cultura, lo spazio che resta da prendere

Questa settimana le donne sono dappertutto: vincono festival, dirigono opere, scrivono bestseller, progettano musei, cantano alla Scala. Eppure, a leggere i giornali uno dopo l’altro, torna continuamente la stessa domanda: essere visibili significa davvero avere conquistato lo spazio?

Il caso più netto arriva dal cinema. May el-Toukhy torna da Venezia con il Leone d’Oro per Woman Unknown, ma insieme al premio si porta dietro l’etichetta di “unica donna in gara”. È lei stessa a spostare il discorso dal simbolo alla struttura: non bastano le vincitrici se alle registe continuano ad arrivare meno soldi, meno occasioni, meno posti nei festival. E soprattutto rivendica qualcosa di meno scontato di quanto sembri: il diritto di mettere in scena donne ambigue, sgradevoli, compromesse con la storia, non soltanto “la brava moglie, la madre premurosa, la donna divisa tra lavoro e famiglia”. Avvenire insiste sulla disparità dei budget; il Corriere sulla libertà di costruire personaggi femminili complessi. Il Giornale, invece, polemizza con chi festeggerebbe una vittoria “perché ha vinto una donna”, come se nominare la disparità significasse automaticamente negare il merito. Curiosamente, negli appunti della rassegna quella celebrazione enfatica della “vittoria femminile” negli altri giornali non si trova.

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Lo stesso cortocircuito attraversa il lavoro culturale. Liliana Cavani firma La Traviata alla Scala e usa Violetta per parlare del presente: «Quante registe ci sono nell’opera? Quante direttrici d’orchestra?». La domanda riguarda i posti che contano e, aggiunge, quelli meglio pagati. Poco più in là il soprano Nadine Sierra racconta invece il costo privato di quella stessa carriera: a 38 anni non ha figli, viaggia continuamente e osserva che molti colleghi uomini possono contare su compagne che crescono i bambini mentre loro lavorano.

Poi c’è lo spazio più difficile da misurare, quello interiore. Al Tempo delle Donne una ricerca sulla paura mostra una differenza interessante: le donne tendono a rivolgerla contro di sé, trasformandola più facilmente in tristezza, senso di colpa, immobilità; gli uomini la proiettano verso minacce esterne, dalla guerra all’intelligenza artificiale. Il dato non va trasformato in psicologia da rotocalco, ma una conseguenza è forte: quando la paura suggerisce alle donne di non esporsi, di arretrare, di non occupare un luogo, un’emozione privata diventa disuguaglianza pubblica. E questo vale sul lavoro, nelle relazioni e perfino nel semplice camminare per strada.  Forse per questo sono interessanti anche i racconti che provano a ridisegnare gli spazi affettivi. Hélène Giannecchini sul Manifesto propone di smettere di considerare l’amicizia un sentimento di serie B rispetto alla coppia e alla famiglia. Non è soltanto una suggestione sentimentale: significa immaginare diritti per le famiglie scelte e perfino case diverse, meno costruite intorno alla coppia eterosessuale e alla tradizionale distribuzione degli spazi. È un tema che dialoga, da tutt’altra prospettiva, con Saman Abbas: nella docuserie raccontata dal Messaggero, il nodo fondamentale è ancora una volta chi abbia il diritto di decidere come una giovane donna debba amare, vivere, vestirsi, appartenere.

Il corpo rimane, inevitabilmente, uno dei campi di battaglia della settimana. La designer Sandra Choi racconta il tacco come strumento di sicurezza e libertà personale: lettura interessante proprio perché sta sul confine tra autodeterminazione e un immaginario molto tradizionale della femminilità. Florentina Holzinger, la performer, che alla Biennale di Venezia si è appesa nuda a testa in giù in una campana, usa invece il corpo nudo come materiale politico, dichiarando di volersene riappropriare in un mondo che lo sorveglia e lo mercifica. Sono posizioni lontanissime, ma entrambe rifiutano l’idea che il corpo femminile abbia un significato già stabilito dall’esterno.

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E infine resta il modo in cui le donne vengono raccontate. Repubblica parla delle “sconosciute più famose”: donne che diventano “la madre di”, “la figlia di”, “una badante”, mentre nome, professione e identità scivolano via. È difficile non pensarci leggendo l’intervista su Repubblica all’attrice 92enne Dominique Boschero, sessantacinque film alle spalle ma interrogata soprattutto sugli amori; oppure vedendo Marina La Rosa tornare in televisione ventisei anni dopo con il titolo “Il ritorno della gattamorta”. Anche Ilary Blasi resta soprattutto “Ilary”, sposa ed ex moglie, mentre il nuovo marito viene subito qualificato come imprenditore. Sono dettagli, certo. Ma mentre alcune donne conquistano il centro della scena, il linguaggio continua talvolta a riportarle discretamente al posto che conosce meglio — la relazione, il corpo, il soprannome, la vita privata. Chiudiamo con una bella notizia: al via le riprese per il nuovo film di Paola Cortellesi – campionessa di record per il fortunato C’è ancora domani.

Sport, solo briciole

Provocatoriamente potremmo anche lasciare completamente vuoto lo spazio della nostra rassegna dedicato allo sport perché veramente questa settimana  si tratta soltanto di contare le briciole. E quello che preoccupa di più è che sono soprattutto i giornali sportivi a dimostrare nei fatti come lo sport femminile sia sempre di più marginale rispetto alla comunicazione: questa volta abbiamo registrato una lunga sequenza di 0 vicino ai singoli quotidiani. Nessuna protagonista che abbia colpito l’attenzione dei media e dei lettori se si esclude forse Elena Rybakina,”La regina timida” del tennis che agli US Open ha sbancato Sabalenka ed è diventata numero 1 al mondo. Ma lei, antipersonaggio del tennis, è ostaggio dell’allenatore – fidanzato che la insulta in campo, le urla ” sei una stupida, una ritardata” tanto da beccarsi una squalifica di 12 mesi alla WTA. Elena – ci racconta La Stampa – ha tentato di lasciarlo, ma li unisce un “legame opaco”. O Larissa Iapichino, 24 anni, saltatrice oro agli Europei 2026, che in un’intervista a Repubblica parla di sport, di tecnica e di studio. «Prossimo esame diritto penale. Farò l’avvocata continuando a lavorare nello sport. Agli esami, scatta l’agonista. Serve disciplina e organizzazione. Però da anni non ho più un mental coach, faccio da me».

C’è anche una protagonista in negativo: è Emanuela Maccarani, la dt della nazionale, ancora sotto accusa per abusi e maltrattamenti sulle atlete, che trasloca a Mosca e diventa allenatrice della ritmica russa per rafforzare lo staff tecnico. Un premio a chi forse proprio non se lo merita. 

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In questo quadro desolante accogliamo con favore che per la seconda volta in poche settimane sulla Gazzetta dello sport è una donna, Giulia Toninelli, a firmare il pezzo sul Gran Premio di F1. Sempre sul quotidiano sportivo più importante da segnalare due commenti della vice direttrice Arianna Ravelli. Ci piace soprattutto rimarcare il secondo in cui l’autrice prende spunto da una campagna pubblicitaria per un’agenzia di scommesse in cui l’attrice Sydney Sweeney appare nuda fra palloni, canestri e racchette e si domanda provocatoriamente: siamo ancora qui a dover mettere una donna nuda per attirare l’attenzione del pubblico malgrado lo sport femminile sia diventato economicamente autonomo? Lo sport – aggiunge – ci ha insegnato, più di qualsiasi altro discorso sulla diversità, che non esiste il corpo delle donne. Per moltissimo tempo alle donne è stato proposto un modello unico, una certa altezza, certe proporzioni, una certa magrezza. Lo sport ha fatto saltare quel modello non nascondendo i corpi, ma mostrandoli e restituendoli ad una funzione diversa dall’essere guardati. 

Infine Tuttosport: nella rubrica “Storie di film” si  parla del Volvera rugby femminile. Rugby e donna sono pianeti inaccostabili, separati da galassie di stereotipi e pregiudizi. Grazia, armonia, delicatezza e bellezza distano anni luce da botte, graffi e fango. Dice il presidente Mariano Sirigu: il risultato più importante è l’abbattimento di barriere e differenze culturali.


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