La crepa nel discorso: il lessico del potere e la disobbedienza delle parole

Assistiamo a una torsione brutale del lessico del potere. Resistere oggi significa anche – forse soprattutto – resistere linguisticamente. Prendersi il tempo della frase lunga contro l’urgenza dello slogan.

La crepa nel discorso: il lessico del potere e la disobbedienza delle parole
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Eleonora de Nardis Modifica articolo

30 Marzo 2026 - 10.44


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Le parole non sono mai innocenti. Non lo sono perché non nascono nel vuoto, ma dentro rapporti di forza, sedimentazioni storiche, gerarchie simboliche che le precedono e le eccedono. Parlare di potere delle parole e di parole del potere significa allora entrare nel cuore della sociolinguistica critica: là dove il linguaggio non descrive semplicemente il mondo, ma lo organizza, lo disciplina, lo rende abitabile per alcuni e inospitale per altri.

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Michel Foucault ci ha insegnato che il potere non è solo ciò che proibisce, ma ciò che produce: produce soggetti, verità, normalità. Produce anche lessico. Il potere parla sempre, e quando parla sceglie. Sceglie quali parole rendere dicibili e quali relegare al margine, quali corpi nominare e quali cancellare. In questo senso il linguaggio politico non è mai neutro: è una tecnologia di governo, una grammatica dell’obbedienza.

Da Donald Trump ai sovranismi europei, assistiamo a una torsione brutale del lessico del potere. Brutale non perché rozza – la rozzezza è spesso una posa – ma perché deliberatamente semplificata, emotiva, polarizzante. Un linguaggio che rifiuta la complessità come se fosse una colpa morale, che trasforma l’argomentazione in slogan, la differenza in minaccia, il dissenso in tradimento. George Orwell lo aveva visto con chiarezza inquietante: «Se il pensiero corrompe il linguaggio, anche il linguaggio può corrompere il pensiero». Qui il circuito è perfetto e claustrofobico.

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Il lessico sovranista si fonda su coppie oppositive rigidissime: noi/loro, popolo/élite, purezza/contaminazione. Sono parole che non descrivono, ma mobilitano; non informano, ma convocano. Judith Butler direbbe che sono parole performative: fanno ciò che dicono. Quando il potere ripete ossessivamente “invasione”, produce paura; quando insiste su “identità”, fabbrica confini; quando parla di “sicurezza”, legittima il controllo. Il linguaggio non segue la politica: la precede e la prepara.

Dentro questo dispositivo, il sessismo non è un accidente: è una struttura portante. Negli Stati Uniti, Donald Trump ha reso esplicito ciò che spesso resta implicito. Espressioni come nasty woman, rivolte a Hillary Clinton, o la riduzione delle donne a pura disponibilità corporea, non sono semplici volgarità: sono atti linguistici che ristabiliscono una gerarchia. Clinton, descritta come “fredda”, “isterica”, “non autentica”, incarnava perfettamente ciò che Robin Lakoff ha definito la punizione linguistica delle donne autorevoli: l’uomo è deciso, la donna – nelle stesse condizioni – è aggressiva, innaturale, emotivamente sospetta.

Questo schema attraversa l’Atlantico senza attriti. In Europa, Marine Le Pen è stata a lungo raccontata più come figura genealogica e affettiva che come leader politica: figlia, donna sola, madre simbolica della nazione ferita. Giorgia Meloni, in Italia, subisce una doppia torsione discorsiva: da un lato la virilizzazione (“ha le palle”, “parla come un uomo”), dall’altro la moralizzazione (“madre, cristiana, italiana”). È il paradosso del potere femminile nel discorso sovranista: una donna può governare solo se rinuncia alla propria soggettività o se la piega a un modello patriarcale rassicurante.

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I media non sono spettatori neutrali di questo processo: ne sono coautori. Le politiche vengono interrogate sull’abbigliamento, sul tono della voce, sulla vita privata in una misura che raramente riguarda i colleghi uomini. Angela Merkel ridotta per anni al “tailleur”, Jacinda Ardern alla maternità, Sanna Marin alla sua età e alla sua vita notturna. Come se l’autorità femminile dovesse sempre giustificarsi sul piano biografico prima ancora che politico. Pierre Bourdieu parlerebbe di violenza simbolica: una violenza dolce, invisibile, che passa attraverso ciò che appare ovvio, “solo una domanda”.

In Italia questa violenza assume spesso forme caricaturali, e proprio per questo rivelatrici. Le donne in politica diventano “veline”, “ragazze”, “quote rosa”, mentre gli uomini restano leader, statisti, decisori. Il corpo femminile è costantemente messo in scena come distrazione o scandalo: minigonne, tacchi, capelli. Come aveva già denunciato Alma Sabatini, il problema non è solo come si parla delle donne, ma da dove si parla: da una lingua che assume il maschile come universale e il femminile come deviazione da spiegare.

Hannah Arendt ci ha ricordato che il totalitarismo inizia quando le parole perdono significato. Ma il populismo autoritario contemporaneo opera un passaggio ulteriore: le parole non vengono svuotate, vengono sovrautilizzate fino a diventare armi spuntate. Un lessico impoverito non è un errore: è una strategia. Meno parole, meno pensiero. Meno pensiero, più obbedienza.

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Il femminismo, in questo scenario, è da sempre una pratica radicale di contro-linguaggio. Dare nome all’esperienza, smascherare le metafore tossiche, denunciare il sessismo incorporato nelle parole: tutto questo è politica, nel senso più profondo del termine. Non è un caso che il potere ridicolizzi il linguaggio femminista, lo accusi di essere “ideologico”, “esagerato”, “divisivo”: nominare significa rendere possibile. E il potere teme ciò che rende possibili mondi alternativi.

Virginia Woolf scriveva che «per gran parte della storia, “Anonimo” era una donna». Oggi potremmo dire che, nel discorso del potere, la donna è ipervisibile come simbolo e invisibile come voce. Adrienne Rich lo sapeva bene: «Questa è la lingua dell’oppressore, e tuttavia ho bisogno di parlarla». Ma parlava anche della necessità di piegarla, incrinarla, costringerla a dire altro.

Resistere oggi significa anche – forse soprattutto – resistere linguisticamente. Prendersi il tempo della frase lunga contro l’urgenza dello slogan. Difendere la complessità contro la semplificazione virile del comando. Rivendicare un linguaggio situato, plurale, incarnato. Non neutro – perché la neutralità spesso è solo complicità – ma responsabile.

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Perché le parole non sono solo strumenti del potere: possono esserne la crepa. Ma solo se le trattiamo per quello che sono davvero: materia viva, politica allo stato puro.
E come ogni materia viva, esigono cura, precisione e una radicale etica femminista del dire.

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