Forse non tutti sanno che.. imprecare migliora le prestazioni fisiche, ad esempio se si devono tenere le mani nel ghiaccio o sollevare pesi, ma dal doping corporeo alla violenza di genere il passo è breve. Anzi, brevissimo. E la storia delle parolacce lo insegna.
Con Male-Dette. Manuale di imprecazione etica (Capovolte, 2025), Stefania Doglioli ed Elena Miglietti trasformano la parolaccia in un terreno d’inchiesta, politico e insieme ludico. Non un «breviario di oscenità», avvertono, ma «una cassetta degli attrezzi» per «spostare il tiro»: se imprecare è umano, «possiamo decidere contro chi dirigere l’offesa» e «scegliere bersagli nuovi», magari sostituendo il blasfemo automatismo con un liberatorio «porco patriarcato».
«Imprecare è un gesto profondamente umano… ed è anche una libertà conquistata dalle donne, storicamente esclusa», scrive Antonella Parigi nella prefazione. La tesi è chiara: l’imprecazione non è neutra, è uno specchio dei rapporti di potere. E quando il lessico si appiattisce, l’effetto è devastante: «Puttana è diventata un passe-partout semantico buono per ogni occasione, un buco nero che inghiotte il nostro sentire».
Il libro propone rigorosi studi scientifici, archeologia del turpiloquio, critica dei media e proposte pratiche. Nel primo capitolo, Doglioli coinvolge la psicologia sperimentale: Richard Stephens (Keele University) ha mostrato che imprecare innalza la soglia del dolore. Ciclisti e culturisti performano meglio «semplicemente sacramentando a più non posso», l’imprecazione è un doping naturale che agisce anche se sussurrato. Ma c’è un rovescio: l’assuefazione ne riduce l’effetto, come una pasticca scaduta ripetuta troppe volte.
Il cuore polemico pulsa in “Puttana: storia sociale di una parola”. Qui «puttana è un sofisticato meccanismo di controllo sociale» che condensa secoli di ansie patriarcali; 645 sinonimi per marchiare chi vende sesso, quasi nessuno per chi compra: «Architettura linguistica dell’impunità». E, poi, l’ossimoro culturale: «Figlio di puttana può suonare persino elogio», mentre la madre resta degradata, con un doppio standard allo stato puro. Non manca il capitolo sulla riappropriazione: dalle SlutWalk a certa trap femminile il lessico infamante diventa a volte emblema ma l’uso in‑group non legittima la replica dall’out‑group, avvertono le autrici.
Sul fronte storico, Miglietti ricostruisce il Medioevo come laboratorio di bestemmia rituale: dal «per la fava della Vergine» agli insulti che colpiscono «le madonne e le donne», un continuum che arriva fino ai nostri giorni. La sezione giuridica (di Elisabetta Zurigo) ricorda che l’ingiuria è depenalizzata dal 2016, ma non innocua: in sede civile e nei luoghi di lavoro il turpiloquio sessista può configurare molestia discriminatoria. «Donna, devi stare zitta» non è opinione, è violenza simbolica sanzionabile. In controluce, la lezione di Judith Butler: «Gli enunciati non sono solo constatazioni, ma atti» che producono mondi e, dunque, anche gerarchie.
L’attacco ai media e al doppiaggio è chirurgico: negli audiovisivi per adolescenti, l’algoritmo emotivo della volgarità si scarica sul femminile. Così damn diventa spesso porca puttana, e «persino una supereroina può scivolare in un’unica, stonata invettiva». È, purtroppo, una normalizzazione che educa più di mille sermoni. In musica, la metrica del bestemmiato fa presa (“la bestemmia è metrica”), ma il bersaglio – madre, Madonna, donna – resta invariabilmente lo stesso. Da qui, l’invito a riprogrammare il colpo: e la bestemmia al creatore può diventare “Porco patriarcato”.
Divertente (e utile) è il laboratorio di invenzione. Dal test del nonno fascista – se lo compiaci, non stai trasgredendo – alle imprecazioni alternative: sostituire il riflesso con immagini corrosive e non discriminatorie. Interessante anche il neologismo: “morchia schifa!” al posto del solito rituale sessista. Un modo per «colpire l’aridità e non le persone». E la lezione pratica di Ferdinanda Vigliani per cui la miglior offesa etica è eccentrica, precisa, senza volgarità pigra. Ad esempio: mortale confricazione del sistema nervoso. Perché la creatività disinnesca la violenza e salva la dignità di chi parla.
In controluce, Male‑Dette è un manuale di libertà: non censura la rabbia, la educa. Non reprime l’imprecazione, la ri-orienta. “Imprecare fa bene”, lo dice anche la scienza, ma a patto di scegliere il bersaglio giusto. E, soprattutto, le parole giuste. Per far brillare di nuovo il linguaggio, senza lasciarlo più nelle mani dell’inflazione di insulti pigri che ci rende complici del mondo che diciamo.

Male-Dette. Manuale di imprecazione etica, di Stefania Doglioli ed Elena Miglietti, Capovolte, pagg. 208, 16 euro.