Per dirla con un sì o con un no, a me il filmone The Odyssey di Christopher Nolan non è piaciuto. Ero talmente poco coinvolta che, a un certo punto, ho pensato a come avrebbe potuto commentarlo Zerocalcare, cioè una delle menti più affilate di questo tempo.
Lo avrei voluto in diretta, il commento, con Zero seduto accanto a me, a farci sgridare da quelli della fila davanti.
Del film salvo tre cose: il vestito di Zendaya, il cavallo che esce dall’acqua e che ricorda quello di Francesco Messina davanti alla Rai e il vortice assassino, utile un giorno per mandarci qualcuno. “Va’ nel gorgo di Cariddi” suona meglio delle solite usurate destinazioni.
Il vero problema, però, sono le donne: le ho trovate inquietanti. Mi sono sembrate, passatemi il termine, mostruose. Nel vero senso della parola. Un assemblaggio di retaggi patriarcali e tanta voglia di superarli. Male, peraltro. Un tanto al chilo.
Ora, io non sono una critica, né una grecista, né una letterata. Non entro in campi non miei. Ma due cose sulla narrativa e sui personaggi forse le posso dire. Perché secondo me qui c’è un problema, ed è nel come oggi raccontiamo le donne. Stiamo creando dei nuovi archetipi? Dei nuovi cliché? Si aprono nuove domande.
Prima di tutto, Calypso, interpretata da Charlize Theron.
Quando l’ho vista emergere dalle acque cristalline con i pesci alla cintura ho detto «Ah! Ecco Ursula Andress» (per i cinefili e le cinefile: in Agente 007 Licenza di uccidere).
Qui, come qualcuno ha già fatto notare, è in versione psicoterapeuta. E che psicoterapeuta: è in preda a un transfert. Indulgente, innamorata.
Ulisse – è Matt Damon – non vuol più andar via: «Te credo, je fa magna’ er loto», dice lo Zero dentro di me. Ma poi, a un certo punto, gli nega l’oblio e lo analizza. Lo guida, lo consiglia, rinuncia a suoi desideri per esaudire quelli di lui.
Ora, qui di nuovo c’è ben poco. Oltre alla psicoterapeuta, in Calypso vedo l’amante che tutti gli uomini vorrebbero. Amica, sollecita, curativa, pronta a farsi da parte quando l’uomo vuol tornare a casa. Mi dispiace devo andare, il mio posto è là. Ci avevano già pensato i Pooh.
Atena, pure lei, ascolta Ulisse. Di divino ha ben poco, a parte l’abbigliamento. Interpretata da Zendaya, è la dea laica della porta accanto. Accompagna, ascolta, aggrotta la fronte.
Bisogna dire che a un’Odissea senza dei aveva già pensato Alessandro Baricco (in Omero, Iliade), e son passati diversi annetti, dunque l’idea non è così originale.
Ma il dubbio che mi viene è un altro.
Tutto questo ascoltare i maschi finalmente consci della loro fragilità: non sarà un’altra forma di dominio? Perché non è che ci si diverta poi così tanto a stare a sentire le loro frustrazioni.
E quando cerchi di intervenire nella conversazione per animarla un po’… Zac! Si riprendono la parola. Tirano fuori l’infanzia difficile. O quella volta che si sono messi ad arare la sabbia per evitare di andare in guerra. O che loro Troia non la volevano mica incendiare, dopo dieci anni di piani militari, sacrifici umani e attese sulla sabbia senza neanche l’Apegramma.
Ora veniamo a Circe. Confesso che ho dovuto tapparmi gli occhi, quindi sappiate che parlerò solo dell’audio, o di quello che ricordo.
Lei, Samantha Morton, è fenomenale. Fa talmente tanta paura che se ci penso adesso non dormo fino al 2028. Ma le sue battute sono troppo, troppo. Perché spiegare sempre tutto? Si può anche alludere, gestire la catarsi dei compagni di Ulisse in modo più simbolico.
«Li trasformo in maiali perché sono già dei porci», dice invece la maga, in estrema sintesi.
Via, Circe. Siamo a livello di “gli uomini sono tutti uguali, pensano solo a una cosa”. Che poi, nel caso di quei poveretti, non è neanche vero. Pensavano, se vogliamo stare nello stereotipo, alla seconda cosa della loro top ten, cioè il cibo.
Poco male, direte voi. Ma questa Circe mi sembra un altro archetipo, non meno peggiore della strega cattiva: la donna irrancidita in una rabbia che non riesce a superare.
Anche Elena sfregiata mi ha dato fastidio. Tirare in ballo la violenza fisica su una donna mi sembra un po’ un “vincere facile”, detto anche retorica: un cliché, peraltro buttato lì senza alcun aggancio alla storia. Alla violenza subita da Elena fa da contraltare quella agita della sorella (non gemella) Clitennestra, che a sua volta riparare a un’altra violenza su un’altra donna, ovvero il sacrificio di Ifigenia. Un tema che, se scelto, non può essere liquidato in un flash-back. Lo racconta molto meglio la letteratura, ad esempio in Cassandra di Christa Wolf.
Ma, in quanto a grossolanità, la peggiore, secondo me, è Penelope, ossia Anne Hathaway. Lei se ne sta dietro il paravento a tessere per quasi tutto il film, sognando il ritorno del marito e un viaggio non meglio precisato verso il tramonto. Il che è legittimo, per carità, perché la misera non può mettere il naso fuori dal suo settore senza finire in una scena di Anche gli angeli mangiano fagioli, con i Proci che cantano “Portace n’antro litro”, prima che arrivi Bud Spencer a menar cazzotti in giro.
Ma la cosa strana è che, quasi di punto in bianco, Penelope tira fuori la frustrazione accumulata negli anni di attesa. Lo fa, peraltro, con il figlio: credo che su questo la psicologa-Ursula-Charlize-Calypso avrebbe qualcosa da obiettare. «Non valgo la peluria sul tuo mento» dice, più o meno, a Telemaco. Anche qui, il rischio è che ribaltando uno stereotipo se ne crei un altro: dalla madre e sposa fedele per scelta, alla donna livida perché intrappolata in una situazione che non realizza le sue aspettative. Peraltro, la soluzione narrativa scelta non neutralizza lo stereotipo primario: il figlio guarda la madre con gentile condiscendenza, forse per paura che non lo faccia più uscire per andare a vedere le Olimpiadi.
Va detto poi che, fantasia per fantasia, la storia poteva andare in tutt’altro modo. Antinoo-Pattinson, per esempio, Penelope avrebbe potuto anche sposarlo, indossando il vestito di Zendaya, s’intende. Così, Ulisse sarebbe rimasto dalla psicanalista a mangiare chili di loto, Circe avrebbe fatto amicizia con i suoi compagni e sarebbero stati felici e vegetariani. Nel gorgo di Cariddi ci sarebbe finito il cavallo di viale Mazzini, insieme a certe persone che dico io. E per costruire questo finale, anche una bella scazzottata, thanks Bud, ci sarebbe stata.
