Il coltello alla gola? Un scherzo. La violenza sessuale? Non si può provare perché «è normale per un uomo dover superare un po’ di resistenza».
Queste le parole usate da un pubblico ministero italiano in un procedimento giudiziario e stigmatizzate nella sentenza pubblicata ieri, 2 luglio, con cui la Corte Europea dei diritti dell’Uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per aver violato i ditti di una donna vittima di violenza domestica e di violenza sessuale ai danni suoi e dei suoi figli minori per fatti risalenti al 2021.
In verità, l’elenco delle inadempienze citate nella sentenza della Cedu è lungo: indagine inefficace sul caso di violenza domestica e violenza sessuale denunciata da una donna. Ritardi, rinvii e procedimenti non tempestivi. Sessismo e stereotipi nelle dichiarazioni del Pubblico Ministero.
Mancata individuazione delle complesse dinamiche della violenza domestica e mancata risposta proporzionata alla gravità dei fatti contestati. Accuse di violenza domestiche ignorate. Mancata adozione di misure di protezione adeguate e proporzionate. Ma sono soprattutto le dichiarazioni del pm riportate nel testo quelle che fanno rabbrividire. E che hanno portato all’ennesima condanna della Cedu all’italia per l’uso di stereotipi di genere nei verdetti e per linguaggio colpevolizzante usato dai magistrati nei processi per violenza.
Andiamo con ordine
Il caso è quello di una cittadina francese 44enne residente in Italia, a Pellezzano, in provincia di Salerno, Audrey Carmen Manuela Ubeda che ha fatto ricorso alla Cedu anche a nome dei suoi due figli minorenni. Nell’aprile 2021 Ubeda denuncia il suo ex convivente e padre dei suoi figli per violenza fisica e psicologica contro di lei e i bambini e denuncia anche di essere stata sottoposta a violenza sessuale aggravata e a un clima di terrore e violenza economica.
A fine maggio e in seguito all’avvio dell’indagine la donna e i suoi figli vengonoo inseriti in una struttura protetta. Ma da li in poi parte una serie di procedimenti assurdi, irrispettosi verso la vittima, ritardi e mancanze di valutazioni, sia civili che penali, che non faranno che aumentare la sofferenza della donna e dei suoi figli.
Clamoroso, nelle 35 pagine che compongono la relazione e la sentenza, è il riferimento alle parole usate dal pubblico ministero di Benevento per richiedere l’archiviazione del caso. Il coltello posto sotto la gola cdella donna era, per il pm, chiaramente uno «scherzo di cattivo gusto». Inoltre, «i colpi inflitti ai figli erano stati meramente misure disciplinari che non avevano ecceduto il diritto del padre di esercitare l’autorità genitoriale». Infine la presunta violenza sessuale: secondo il pm non era stata provata, poiché era difficile dimostrare che il marito fosse a conoscenza della mancanza di consenso della moglie, considerando che:
«[è] normale che gli uomini debbano superare un minimo livello di resistenza che ogni donna tende a mostrare quando è stanca della vita quotidiana e un uomo [fa] delle avances sessuali»
«Se il coltello alla gola fosse stato puntato da un uomo a un altro uomo nessuno avrebbe parlato di “scherzo” ma di minaccia. Perché di questo si tratta. Ma visto che si parla di un gesto del marito verso la moglie scatta subito una sorta di attenuazione ludica, scatta la minimizzazione» osserva Jacopo Benevieri, avvocato, esperto di linguaggio giuridico e autore del libro Cosa indossavi? dedicato proprio al linguaggio sessista e vittimizzante nei processi per violenza. E il linguaggio stigmatizzato nella sentenza della Cedu riflette il grande limite culturale italiano che non si risolve in chiave giuridica: «La Convenzione di Istanbul ci dice che la violenza sulle donne è un fenomeno strutturale, è qualcosa che innerva la società, il nostro modo di pensare e vivere le relazioni. Possiamo avere l’impianto giuririco più avanzato del mondo, e le nostre leggi sono in effetti buone, ma se gli occhiali con cui magistrati o giudici valutano e giudicano i fatti di violenza sono occhiali dell’800 e sono influenzati da quella cultura lì, allora le leggi migliori del mondo non servono a niente. E continueremo assere condannati dalla Corte Europea se non ci sarà in Italia una ricollocazione culturale in linea con la normativa giuridica».
La giudice Paola Di Nicola Travaglini, consigliera della Corte Suprema di Cassazione ed esperta nel contrasto alla violenza di genere osserva come siamo diventate ormai numerose le condanne dell’italia da parte della Cedu proprio per l’inadeguatezza dell’autoritò giudiziaria: «Siamo davanti all’ennesima sentenza di condanna della corte Cedu nei confronti dell’Italia sempre sul tema del delitto di maltrattamenti e su come l’autorità giudiziaria minimizza le diverse forme di violenza nei confronti delle donne e dei bambini con l’uso di stereotipi sessisti. Viene affrontato anche il tema della sottovalutazione dell’affidamento dei figli minorenni da parte del tribunale minorile e dunque il rapporto tra procedimento civile e penale. Così tante condanne, nell’arco di pochi anni, nonostante un sistema giuridico completo, dimostrano con chiarezza una cosa: i limiti culturali della magistratura nell’affrontare il tema della violenza domestica».
La giudice si sofferma anche sulle parole relative alla violenza sessuale e sul riferimento del pm al fatto che lo stupro non sarebbe dimostrabileperché il marito non poteva conoscere la volontà contraria della moglie (sottinteso, se questa non la esprime chiaramente), perché in fondo, ogni donna quando è stanca va un po’ sollecitata. «Ecco questa sentenza potrebbe incidere sul dibattito in corso in materia di consenso nella riscrittura della norma della violenza sessuale. Proprio per prevenire interpretazioni come quelle che hanno portato alla condanna dell’Italia».
Rileggiamole allora quelle parole sulla violenza sessuale pronunciate dal magistrato incaricato del caso: «[è] normale che gli uomini debbano superare un minimo livello di resistenza che ogni donna tende a mostrare quando è stanca della vita quotidiana e un uomo [fa] delle avances sessuali»). «La stanchezza della donna come situazione che rende poco riconoscibile il dissenso al rapporto sessuale è qualcosa di scandaloso e pericoloso – osserva Benevieri – Ma del resto, le domande fatte ad Artemsia Gentileschi nel 1612 durante il processo per il suo stupro sono le stesse fatte alla vittima durante un processo per lo stesso reato del 2022 a Palermo. In Italia siamo fermi lì. Dal 2003 in Gran Bretagna esiste una legge sulla violenza sessuale basata esclusivamente sul consenso della donna. Lì hanno avuto il coraggio di fare questa rivoluzione culturale a vantaggio della libertà di tutti e di tutte e nel rispetto dei diritti umani. Noi cosa aspettiamo? Vedo in Italia troppo accomodamento su posizioni precostituite».
QUI la sentenza della Cedu.
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