Alla fine è accaduto. Da quanto apprendiamo, lo scorso venerdì il Governo ha recepito la direttiva europea (UE) 2024/1069, contro le SLAPP – Strategic Lawsuits Against Public partecipation – conosciute anche come querele bavaglio, con un atto normativo deludente che arriva addirittura a restringere la portata delle tutele previste dalla direttiva. Le SLAPP sono tutte quelle azioni legali manifestamente infondate, o sproporzionate, avviate prevalentemente da politici, esponenti del mondo imprenditoriale e aziende con il solo intento di intimidire, silenziare o scoraggiare la partecipazione al dibattito pubblico di giornalisti, attivisti, ricercatori, whistleblower e, più in generale, di chi esercita il diritto di informare o di esprimere opinioni su questioni di interesse collettivo.
Il decreto con cui l’Italia recepisce la direttiva europea contro le SLAPP offre protezioni solo ai bersagli di azioni legali temerarie con implicazioni transfrontaliere, escludendo di fatto le controversie domestiche, che rappresentano almeno il 90% dei casi registrati. Il provvedimento, inoltre, si applica inoltre solo nei procedimenti civili e lascia fuori quelli penali, inclusi i procedimenti per diffamazione, tra gli strumenti più usati contro chi informa o critica in Italia, Paese dove si registra il numero più alto di SLAPP in tutta l’UE. Questo significa di fatto lasciare senza tutele 9 casi su 10, come denuncia da tempo CASE Italia, il gruppo di lavoro italiano della Coalition Against SLAPPs in Europe, che riunisce 17 organizzazioni della società civile.
Purtroppo però il decreto non si limita a ignorare le le raccomandazioni della Commissione europea (2022/758) e del Consiglio d’Europa (CM/Rec(2024)2), che invitavano i Paesi dell’UE ad estendere le protezioni della direttiva a tutti i tipi di procedimenti – civili, penali, amministrativi, e a tutti i casi di SLAPP – transfrontalieri e nazionali, su cui le istituzioni europee non erano riuscite a intervenire a causa dei limiti imposti dai trattati.La norma approvata dal Governo introduce una nozione più restrittiva dei casi rispetto a quella delineata dalla direttiva. Quest’ultima stabilisce infatti che un caso può essere considerato transfrontaliero non solo quando attore e convenuto siano domiciliati in Paesi differenti, ma anche quando, ulteriori elementi rilevanti della fattispecie presentano collegamenti con un altro Stato. Proprio per evitare esclusioni indebite, l’articolo 5 della Direttiva richiede che una controversia possa considerarsi priva di implicazioni transfrontaliere soltanto quando, oltre al domicilio delle parti nello stesso Stato membro, tutti gli ulteriori elementi pertinenti alla situazione siano situati unicamente in tale Stato.
Per l’Italia, invece, basta il solo fatto che attore e convenuto siano domiciliati in Italia per essere sicuramente di fronte a un caso “non transfrontaliero” e quindi privo di tutele. Una scelta che rende l’applicazione delle protezioni legali contenute nel decreto ancora più marginale e che solleva dubbi in merito alla conformità della disciplina nazionale al diritto europeo.
L’esame finale del Consiglio dei Ministri del 2 ottobre arriva al termine di un percorso che ha messo alla prova il processo di partecipazione e consultazione della società civile, caratterizzato da numerosi inviti inascoltati da parte di CASE Italia ad un confronto concreto con il Ministero della Giustizia e da un processo parlamentare incardinato a ridosso della chiusura estiva che si è ridotto ad un esercizio di partecipazione meramente formale. Le competenti Commissioni parlamentari hanno esaminato lo schema di decreto legislativo in meno di un mese e le osservazioni delle organizzazioni della società civile, comprese quelle presentate da CASE Italia nel corso dell’audizione, non sono state recepite nel testo finale.
«Il nostro Paese arriva in ritardo, dando un esempio che rischia di trasformarsi in una vera e propria bad practice a livello europeo. Riteniamo che questo risultato così deludente sia anche il riflesso del rifiuto di un confronto effettivo con le componenti più rilevanti della società civile» dichiara Sielke Kelner, portavoce di CASE Italia.
«A fronte di un risultato così problematico, CASE Italia porterà all’attenzione della Commissione europea le principali criticità del decreto, affinché venga valutata la conformità rispetto agli obblighi previsti dalla Direttiva. Ciò avviene peraltro in un contesto in cui la Commissione ha già inviato all’Italia una lettera di richiamo per il mancato recepimento della Direttiva entro i termini previsti. (7 maggio)».
Il 22 ottobre la coalizione scenderà in piazza Capranica, a Roma dalle ore 10 alle ore 13, per protestare contro una legge incapace di difendere la libertà di espressione e per costruire insieme a giornalisti, attiviste, giuristi e organizzazioni della società civile una risposta più forte alle querele bavaglio: chiederemo al Governo e al Parlamento di intervenire percorreggere una normativa che rischia di lasciare senza protezione la grande maggioranza delle vittime di SLAPP. L’azione cade pochi giorni dopo l’anniversario dell’assassinio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, uccisa il 16 ottobre 2017, un omicidio che, a distanza di nove anni, rimane tutt’oggi impunito. Al momento della sua morte, Daphne Caruana Galizia stava fronteggiando una cinquantina di SLAPP, molte delle quali avviate da esponenti del governo maltese dell’epoca nel tentativo di ostacolare e mettere a tacere le sue inchieste sulla corruzione, l’abuso di potere e i legami tra politica e interessi economici a Malta.
È anche per questo, e per il significativo contributo della famiglia di Daphne al movimento europeo contro le SLAPP e al processo che ha portato all’adozione della Direttiva europea, che quest’ultima è nota come «legge Daphne».
Fanno parte di CASE Italia: Amnesty International Italia, ARTICLE 19 Europe, Articolo 21, Certi Diritti, Environmental Paper Network, FADA Collective, Giulia Giornaliste, Greenpeace Italia, IrpiMedia, Meglio Legale, OBC Transeuropa, ReCommon, Rete No Bavaglio, STRALI, The Good Lobby Italia, Transparency International Italia, Wikimedia Italia