Rassegna sui generis: la settimana di notizie sulle donne (dal 2 al 6 giugno 2026)

Una settimana di notizie sui nostri media: come e quanto si parla di donne? E quante sono le donne a scrivere del mondo. GiULiA prosegue con il suo osservatorio sui giornali in ottica di genere

Rassegna sui generis: la settimana di notizie sulle donne (dal 2 al 6 giugno 2026)
Un'immagine dall'inserto del Corriere della sera sul 2 giugno.
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7 Giugno 2026 - 14.40


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Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Il Giornale, L’Avvenire, Domani, il Fatto quotidiano, Il Sole 24 ore, Qn, Il manifesto, Libero, La Verità, La Gazzetta dello Sport, Tuttosport, Il Corriere dello sport.

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Dal 2 al 6 giugno 2026
Firme  in prima pagina:  uomini 942 ;  donne 296
Editoriali, commenti, analisi:  uomini 163, donne 33
Interviste : uomini  227, donne 82

Le buone notizie: è legge la trasparenza salariale. Le cattive notizie: le nostre percentuali di visibilità di firme femminili sulle prime pagine dei giornali fanno sempre pena, 23,9% di donne in generale, 16,8% che firmano editoriali e commenti. E adesso buona lettura.

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La sintesi realizzata dall’Intelligenza artificiale della nostra rassegna.

Politica. 80 anni dal primo voto

Quella appena conclusa è stata la settimana delle celebrazioni del 2 giugno e degli 80 anni del voto alle donne. Il Corriere della Sera riporta l’integrale del discorso di Paola Cortellesi al Quirinale e  celebra le Madri Costituenti. Sottolinea anche i dati negativi dell’attuale rappresentanza: solo il 10,5% di donne elette sindache nelle amministrative. Anche La Stampa pubblica l’intervento di Cortellesi e intervista la centenaria Gianna Pratesi. Repubblica, con Concita De Gregorio, descrive la repubblica come un’anziana signora coetanea di Mattarella, liquidata dai giovani governanti attuali come “un rudere da ristrutturare”. Il manifesto (con la storica Vinzia Fiorino) analizza il cortocircuito tra il concetto di voto come “concessione” dei leader maschi (Togliatti) o come “riconoscimento” autonomo. Il Giornale il 2 giugno non dedica una sola parola agli 80 anni del voto alle donne. Successivamente, attacca Paola Cortellesi tramite un editoriale di Luigi Mascheroni, accusandola di fare l’intellettuale e di confondere il 2 giugno con il 25 aprile. Sempre Il Giornale contrappone al cinema della Cortellesi un corto di FdI con una donna di destra che nel 46 va a votare per la prima volta, dopo aver sognato una donna, Giorgia Meloni, che diventa premier. Libero inserisce Oriana Fallaci come unica donna tra i “veri padri della patria” (sic).

In settimana è stato approvato il ddl Valditara sulla sessualità a scuola. Libero titola “Basta spot gender” e dà spazio alle associazioni cattoliche e della famiglia che vedono nella legge un argine contro il “genere fluido” e l’utero in affitto. Il Manifesto, Repubblica, Domani parlano di censura e oscurantismo. Il Manifesto titola sulla “malaeducaciòn” di Valditara, spiegando che la legge colpirà i ragazzi provenienti da famiglie vulnerabili, lasciandoli senza strumenti per riconoscere la violenza domestica. Su Repubblica Vanessa Righi riporta alcuni messaggi testimonianza sulle molestie subite dalle adolescenti e scrive: «Chi pensa che le famiglie siano il luogo più sicuro per impartire questo tipo di educazione, dovrebbe essere il primo a essere rieducato da tutte queste bambine, oggi donne». Il Corriere intervista Marianna Madia (Italia Viva) sul ddl bipartisan firmato con Mennuni di FdI  per vietare i social agli under 15.

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I quotidiani danno spazio anche alle dinamiche interne ai partiti, con protagoniste alcune donne. Elly Schlein, spesso chiamata semplicemente “Elly” è al centro di alcuni articoli per lo scontro con la minoranza riformista del Pd. Libero e Il Giornale  descrivono il suo programma come un “horror”. Quando Schlein al cogresso dei giovani di confindustria smentisce la patrimoniale, Il Giornale la accusa di averci ripensato per paura, ironizzando tra l’altro sulla presenza di Ilaria Salis (definita da Libero “santa patrona delle case altrui”) in tubino fucsia. L’addio di Pina Picierno al Pd diventa un caso. Per il Corriere della Sera e Domani si tratta di uno strappo annunciato. Per Libero, l’uscita viene letta come il sintomo del “repulisti” di “Elly”.

Esteri. Cosa bolle in Vaticano

La notizia di esteri che ha segnato la settimana è senza dubbio la nomina di Maria Montserrat Alvarado ai vertici della comunicazione dello Stato Vaticano. Papa Leone l’ha scelta per guidare il Dicastero per la Comunicazione della Santa Sede, prima donna laica a ricoprire questo ruolo.  Giornalista e manager della comunicazione, 40 anni, Alvarado è nata a Città del Messico ed è cresciuta negli Stati Uniti. Si è laureata in Scienze politiche alla Florida International University e ha conseguito un master alla George Washington University. Ha lavorato per il Becket Fund, organizzazione impegnata nella tutela della libertà religiosa, e dal 2021 ha assunto ruoli di crescente responsabilità all’interno di EWTN, il principale network mediatico cattolico internazionale, fino a diventarne presidente e direttrice operativa.
Proprio il legame con EWTN è stato uno degli elementi più sottolineati dalla stampa. Avvenire, Repubblica, Libero e La Verità hanno evidenziato come il gruppo sia una rete globale che comprende piattaforme televisive, radiofoniche e digitali, tra cui EWTN News, National Catholic Register, Catholic News Agency (CNA) e ACI Prensa, molte delle quali sono state associate agli ambienti più conservatori del cattolicesimo statunitense. 
La scelta di Leone è stata quindi interpretata su un doppio piano.
Da un lato come un passo nella valorizzazione del ruolo delle donne nei vertici della Curia (soprattutto da parte di giornali cattolici e istituzionali come Avvenire, Il Messaggero, La Stampa) in continuità con le riforme di Papa Francesco. 
Dall’altro  come un segnale di attenzione verso il cattolicesimo statunitense e le sue diverse sensibilità. Le testate laiche e politiche, in particolare Repubblica e il Corriere della Sera propongono infatti una lettura più strategica. Alvarado viene descritta come una figura di collegamento tra il mondo latinoamericano e quello statunitense. La sua nomina viene interpretata anche come un tentativo di ricomporre equilibri interni al cattolicesimo americano e di riallacciare il dialogo con settori che avevano espresso posizioni critiche verso il pontificato precedente. Dello stesso parere la stampa conservatrice — tra cui Il Giornale, Libero e La Verità —  che legge la scelta soprattutto come un possibile segnale di discontinuità rispetto all’era bergogliana.

Anche se esula dalla nostra mazzetta segnaliamo qui un interessante intervento comparso nell’inserto Donna Chiesa Mondo dell’Osservatore romano della teologa protestante Elisabeth Green dal titolo Femminismo non è una parolaccia, nel quale si difende il femminismo dal pinkwashing e dalla commercializzazione e si prende per buona la definizione della sociolinguista Vera Gheno per concludere con una rivendicazione: «Femminista per descrivere la teologia che ne discende della quale si continua a voler sapere poco o niente».

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Per il resto, come da mesi ormai succede, le donne negli articoli che riguardano gli esteri non sono protagoniste (e perché mai dovrebbero esserlo quando l’unico argomento è la guerra) ma testimoni. Come per la rassegna scorsa, vogliamo ricordare l’impegno tra le tante, delle colleghe  di Repubblica Anna Lombardi, inviata a Tel Aviv,  di Francesca Mannocchi  che per la Stampa  racconta del pericoloso rapporto tra Trump e Netanyahu e fa il punto sul Libano.  E ancora: di Nathalie Tocci  che analizza la guerra di Putin, e di Anna Zafetova, che scrive analisi dal fronte russo e ucraino. Di Fabiana Magrì ci aggiorna sulla situazione nei paesi arabi, per Avvenire, di Lucia Capuzzi, esperta in America Latina .

Tragica sintesi  la copertina de La Stampa del 3 giugno: due foto dei volti di donne ucraine ferite, in primo piano. Una risale al 2022, l’ altra è di oggi: “Non è mai finita”.

Cronaca. Un fatto culturale

“Un fatto culturale”. È il concetto che collega i tre fatti di cronaca, storie di violenza assistita e di violenza sulle donne (a diverso titolo), di questa rassegna. Il primo è il caso di Beatrice, 2 anni, terza delle tre figlie di Monica Aiello, uccisa da Emanuele Inannuzzi, compagno della madre, il 9 febbraio a Bordighera. I due sono in carcere. Il padre chiede l’affidamento delle superstiti, di 7 e 9 anni. Spiega al Corriere della Sera  l’avvocata della donna che anche l’uomo è detenuto in base al codice Rosso, attivato proprio dall’Aiello. Ma «Le bugie e i silenzi, l’omertà che ha ucciso Beatrice» (La Stampa) chiamano in causa altri, a partire dai nonni materni. È la sorella “meno piccola” (La Repubblica) a parlare e a far scoprire le sevizie contro tutte e tre, l’abbandono in casa con la sorellina, anche malata, anche di notte; gli insulti, le minacce; le corvée di lavoro sue e della sorella di sette anni. Si leggono i virgolettati con le parole della novenne, le foto di Beatrice, anche in prima, le relazioni degli inquirenti, quelle degli assistenti sociali. Con gli assistenti sociali se la prendono quei quotidiani che collegano Bordighera alla famiglia nel bosco. Francesco Borgonovo su La Verità e questa volta i servizi sociali dov’erano?») e Annalisa Terranova su Libero. La giornalista definisce “ideologia” l’editoriale di Loewenthal che il 31/05 sulla Stampa scrive: «È un tema culturale di fondo: quello di dare per scontato che vivere in famiglia è comunque un valore aggiunto. Lo è spesso, e quasi tutti i genitori compiono dignitosamente il loro lavoro. Quasi tutti, ma non la mamma di Beatrice e il suo ignobile compagno». Terranova chiede perché «i bambini della famiglia del bosco sono stati tolti ai genitori perché non avevano l’acqua corrente e invece i servizi sociali a Bordighera non hanno visto i maltrattamenti a Beatrice?».

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La seconda storia è quella di Makka Sulaev. A 18 anni, nel marzo 2024 ha ucciso con due coltellate il padre, che da 20 anni picchiava, umiliava, minacciava la madre, terrorizzava lei e i fratellini. In primo grado condannata a 9 anni e 4 mesi in appello è stata assolta. Dice l’avvocato di Makka (sempre chiamata per nome, ndr), nella cronaca del Corriere della sera di Simona Lorenzetti: «Il tema della violenza domestica deve essere affrontato con un approccio differente… È un fatto culturale… La storia di Makka non racconta un parricidio, racconta un femminicidio mancato, un’infanzia e un’adolescenza vissute nella paura in una cornice di violenza fisica, psicologica ed economica». «Cresciuta come se il suo essere donna non valesse niente. Costretta a specchiarsi in una mamma annientata dai maltrattamenti quotidiani del padre. Che l’indagine ha definito un sadico annientatore di volontà, che insegna ai figli maschi come picchiare le donne per metterle in riga», scrive Il Fatto Quotidiano. Makka da anni faceva da scudo alla madre. Quel giorno (sempre il Corriere) ha comprato un coltello, quando ha visto la madre stretta nell’angolo dal padre lo ha usato, due volte. Nella stanza a fianco c’era un fratello, che ha registrato l’audio della violenza, trasmesso in aula. Makka aveva scritto sul diario: «Preferisco andare in galera per autodifesa che vedere lui picchiare mia madre come fa da 20 anni» (La Repubblica).

C’è un minore anche al fondo della vicenda della grazia a Nicole Minetti, (indicata talvolta ancora come “ex igienista dentale di Berlusconi”, “una delle protagoniste del bunga-bunga”) condannata per favoreggiamento della prostituzione. La grazia concessa a febbraio dal Capo dello Stato fu sottoposta a verifiche per richiesta del Quirinale al Ministero e alla Procura generale di Milano, dopo le notizie pubblicate dal Fatto quotidiano, che avanzava dubbi sulla correttezza dell’adozione del minore in Uruguay, e sul cambio di vita della graziata. Ad accusare Minetti una ex dipendente – indicata sempre come “la massaggiatrice” anche se il nome è noto – della tenuta uruguagia del compagno di Minetti, Giuseppe Cipriani. Minetti sarebbe stata ancora “arruolatrice e selezionatrice di escort” in “festini per vip con ragazze anche minorenni argentine, brasiliane e anche italiane”. Scrive la procuratrice generale di Milano, Francesca Nanni: «I fatti riportati nelle notizie di stampa da cui ha tratto origine il presente supplemento di attività non corrispondono al vero». C’è un divario tra la verità processuale e la memoria pubblica, soprattutto quando riguarda una donna esposta e sessualizzata. Un altro fatto culturale.

Economia. Trasparenza salariale: l’Italia fa da apripista

La notizia economica della settimana è una buona notizia, forse. Oggi, domenica 7 giugno entra in vigore il decreto legislativo sulla trasparenza salariale, attuazione della direttiva UE 2023/970, volta a «rafforzare l’applicazione del principio della parità di retribuzione tra uomini e donne per uno stesso lavoro o per un lavoro di pari valore». Come spiega Maria Carla De Cesari sul Sole 24 Ore (2 giugno), il provvedimento introduce l’obbligo per le aziende di comunicare la retribuzione annua nei contratti o annunci, vietando di chiedere lo stipendio precedente e ponendo l’accento sulle discriminazioni intersezionali. Con maggiori obblighi per le aziende più grandi e meno per quelle dai 50 dipendenti in giù, cioè la maggioranza. Paolo Baroni su La Stampa (2 giugno) sottolinea che l’Italia, con la Slovacchia, è il primo Paese europeo ad applicare le norme, mentre colossi come la Germania registrano ritardi.
Un approfondimento di Avvenire (3 giugno) evidenzia le criticità: oggi solo il 7% degli annunci in Italia è trasparente (l’85% su Linkedin elude il dato, con i settori Moda e Automotive tra i più opachi). Inoltre, come rileva lo studio del docente Marco Sartor riportato dal quotidiano, il gender pay gap (le laureate guadagnano già 300 euro in meno dei colleghi a 5 anni dal titolo) si annida soprattutto nei bonus discrezionali e nei premi individuali, non nei minimi contrattuali.

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Il grafico della Stampa sul divario retributivo di genere.

Il divario di genere  e l’occupazione resta uno dei macrotemi:  i dati Istat appena festeggiati dal Governo offrono una doppia lettura. Per Sandro Trento su Domani (2 giugno), dietro il record del calo dei disoccupati al 5,2% si nasconde un saldo negativo tra disoccupati e inattivi: aumentano le persone che non cercano più un impiego, escluse così dalle statistiche. Di queste, la stragrande maggioranza è donna (7,85 milioni, il 42% di quelle in età lavorativa). Un’ulteriore analisi di Mariano Bella e Paolo Refuto sempre su Domani evidenzia come nella fascia 15-74 anni la partecipazione femminile italiana sia appena al 50% (contro il 63% europeo), definendo questo gap una vera e propria «patologia».

Il tema del lavoro e della legalità tocca anche l’economia sommersa, dopo la strage di Amendolara. Sul Messaggero (5 giugno), Valeria Di Corrado analizza l’asse criminale tra le ‘ndrine e la mafia pakistana per il business del caporalato e del lavoro nero subappaltato. L’articolo fa emergere un tema di genere connesso all’invisibilità totale delle donne all’interno dei sistemi economici illegali, migratori e sottopagati. Sul Sole si riportano dei dati: sono circa 200mila i lavoratori irregolari occupati nel settore agricolo – tra loro 55mila donne -, con un tasso di irregolarità in aumento, che ha raggiunto il 30% del totale.

Interessante l’analisi di Domani (5 giugno) sul report Polis svela la forte resistenza al cambiamento green nei colossi energetici pubblici (Enel, Eni, Snam, ecc.): su 64 manager apicali nell’ultimo quarto di secolo, ben 56 sono uomini, quasi tutti del Nord-Ovest. Le pochissime donne hanno ricoperto solo ruoli di presidenza e mai di amministratore delegato (con l’unica eccezione di Catia Bastioli). Tra di loro 12 manager (la magnifica dozzina) sono ai vertici da un’azienda all’altra dal 2008 quando la pressione per la decarbonizzazione si è fatta più intensa. Sono sempre gli stessi poco propensi ad innovare.

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I giornali festeggiano l’ingresso di Emma Marcegaglia nell’European Round Table for Industry, un club esclusivo dove si contano appena 3 donne su 60 CEO.
Infine, ampio spazio sui quotidiani del 6 giugno (La Stampa e Il Sole 24 Ore) per l’intervento di Maria Anghileri, presidente dei giovani di Confindustria. Anghileri denuncia lo squilibrio della spesa pubblica: su oltre 1.000 miliardi, ben 400 vanno a previdenza e assistenza, cioè ai vecchi e solo 132 a istruzione, ricerca e famiglie. La proposta è una radicale spending review per ribaltare questo rapporto a favore dei giovani.

Cultura. Lo sguardo ritrovato

La settimana culturale ruota attorno a una domanda: chi ha il diritto di raccontare il corpo, la voce e la memoria delle donne? Il caso più ribattuto è quello di Nastassja Kinski e Wim Wenders. Avvenire, Corriere della Sera, La Stampa e QN seguono la vicenda di Falso movimento, il film del 1975 in cui Kinski, allora tredicenne, compariva seminuda in una scena con un adulto. L’attrice chiedeva da anni che quelle immagini fossero rimosse; Wenders prima ha evocato il rischio censura, poi ha ritirato il film e si è scusato “senza se e senza ma”. La questione non è solo il giudizio retroattivo su un’opera, ma la responsabilità di chi crea: una bambina non è mai materiale estetico, neppure quando lo “spirito del tempo” pretende di assolvere tutto.

Lo stesso nodo attraversa altri racconti. Repubblica intervista Kristen Stewart, al debutto alla regia con La cronologia dell’acqua, storia di una donna che trova la propria voce sotto strati di violenza e convenzioni. Anche il ricordo della fumettista scomparsa Marjane Satrapi, raccontata da quasi tutte le testate, riporta al centro una libertà non semplificabile. Con Persepolis Satrapi ha raccontato l’Iran partendo dalla vita concreta di una ragazza, dai corpi disciplinati, dalle donne cancellate e resistenti. Discutibile, qui, la scelta di alcuni titoli di ridurre il suo ultimo dolore a formula romantica: quando una grande artista muore, il rischio è ancora oggi trasformarla in personaggio sentimentale prima che in soggetto politico e creativo.

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Accanto alle fratture, ci sono i ritratti. QN e Il Fatto Quotidiano aprono le pagine culturali della settimana su Marilyn Monroe a cento anni dalla nascita: non solo icona sexy, ma donna intelligente, fragile, costruita e consumata dallo sguardo altrui. Rimanendo nel mondo del cinema, Repubblica celebra Stefania Sandrelli e i suoi ottant’anni insistendo sulla sua relazione con Gino Paoli, ma lasciando emergere un punto interessante: la libertà di non chiudersi, di lavorare, di non essere “meno degli uomini”.

Il femminile è anche battaglia. Nel teatro di Francesca Tricarico le donne detenute di Rebibbia portano fuori dal carcere Desdemona atto 1 e ricordano che il carcere “è a misura di maschio”, perfino nei bisogni più elementari. Al Biografilm di Bologna, Rula Jebreal presenta The Good Body e cita Eve Ensler: il corpo serve a sentire, non a piacere. La Stampa, con Antonella Lattanzi, ricorda invece un pezzo di storia concreta: prima della legge del 1963, il matrimonio poteva costare alle donne il posto. Da notare, infine, i diversi riferimenti alle donne che hanno fatto l’Italia in occasione degli 80 della Repubblica.

Ci sono poi alcune note “laterali”, utili a misurare il clima: Il Messaggero ragiona su Ladies First, commedia Netflix che ribalta i ruoli e sostiene che il potere, anche se femminile, non è automaticamente migliore; Libero registra le polemiche sulla Penelope nera di Lupita Nyong’o nell’Odissea di Nolan; Il Manifesto intervista Jumana Manna, che rivendica il diritto di raccontare la Palestina oltre le categorie imposte. Menzioni finali per l’intervista sul Manifesto a Judy Chicago, che espone alla Biennale e che punta il dito sul divario, anche economico, tra uomini e donne nel mondo dell’arte e Tara Menon che su Avvenire racconta il lutto per la perdita di un’amica, dolore che non ha ancora uno statuto sociale legittimato pari a quello dell’amore romantico.

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Sport. Il tennis e la sfida dei 5 set

Arriverà il giorno (teniamo molto presto) che questo spazio della nostra rassegna dedicato allo sport resterà desolatamente vuoto. Perché qui non si tratta più solo di scarsa attenzione, siamo piuttosto in presenza di una sistematica e costante assenza di temi al femminile, come se non esistessero proprio. Significativo che in questa situazione siano proprio  i giornali sportivi a conquistare la palma dei peggiori.

 Allora a noi non resta che andare a cercarci, con molta pazienza, i pochissimi titoli dedicati alle donne. Questa settimana registriamo, per esempio, una qualche attenzione in più  riguardo al tennis grazie alle storie definite “favole” della polacca Maja Chwalinska  e della russa Milla Andreeva inaspettatamente finaliste al Roland Garros: della prima si sottolinea la difficoltà a trovare persino  i soldi per pagarsi il soggiorno a Parigi, della seconda l’impossibilità a gestire la pressione emotiva (Gazzetta dello sport). A fare da contraltare alla loro felicità l’enorme delusione di Aryna Sabalenka, numero uno al mondo, che dopo l’eliminazione dal torneo arriva addirittura a minacciare l’abbandono, salvo poi smentirlo il giorno dopo. Negli uomini – notiamo noi –  la rabbia agonistica viene normalizzata, per lei è solo un disastro questa sconfitta. Sono stati anche i giorni dedicati al clamoroso annuncio del ritorno in campo di Serena Williams a 44 anni e a 4 anni dal ritiro. La donna (e quindi ci viene in soccorso l’Avvenire) che ha portato «il tennis femminile in un’altra dimensione». E il ritrattino ci racconta di  una campionessa «che ha fatto tutto quello che voleva, che si è comportata come le piaceva», che è stata attivista per Black Live Matters. Non tutti però applaudono la decisione: in un editoriale sulla Gazzetta Franco Arturi contesta il metodo con cui ha perso 14 chili, non – scrive – con un giusto equilibrio fra nutrizione e carichi di lavoro, ma grazie ad una medicina (di cui è diventata anche testimonial) molto discussa a livello scientifico. 

A parlare di tennis arriva anche Francesca Schiavone (sempre sulla Gazzetta dello sport) vincitrice al Roland Garros nel 2010, l’ultima italiana ad aver sollevato il trofeo. La maggior parte dell’intervista è dedicata a Sinner che tornerà più forte di prima (che fantasia!) ma c’e spazio anche per una considerazione sulle donne: stiamo  – dice –  esprimendo un livello incredibile, altissimo. Ad allargare il punto di vista ci pensa Antonella Bellutti (su Domani) che riflette sulla disparità nello sport. Il tema è: anche le donne devono giocare i cinque set nei tornei del grande slam? A suo dire il rifiuto dei 5 set non è tutela, ma paternalismo: in sostanza si dice alle donne che non sono adatte anche se studi scientifici (ancora troppo pochi) hanno smontato il mito della fragilità femminile.  Non potevano mancare le fidanzate dei campioni: ecco allora Mia Savio promessa sposa del semifinalista sfortunato Matteo Arnaldi definita bionda, algida, sempre composta e mai sopra le righe. 

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Detto del tennis dobbiamo segnalare sporadici titoli sulla nazionale di calcio alle prese con le partite di qualificazione ai Mondiali: qui lo spazio maggiore se lo prende il tecnico (maschio) Soncin. E su quella di volley che è tornata a gareggiare nella National League forte di due anni di ininterrotti successi. 

Fronte interviste: sulla Stampa a tutta pagina quella a Zaynab Dosso  “la donna piu veloce di Italia” alle prese con una stagione di cambiamenti. «Prima ritenevo il Paese razzista, adesso dò delle stupido a chi se lo  merita». Non manca la domanda sul fidanzato, che da Miami si è trasferito a Roma per  stare con lei… Di Los Angeles dice: per la prima volta hanno voluto fare un esperimento, con le donne dello sprint che aprono lo show. E le donne sono pronte a buttarsi. Poi c’è Federica Brignone sul Messaggero«Io nella storia e quant’è bello essere italiani» di Andrea Sereni. L’intervista mette al centro una fuoriclasse dello sport italiano che racconta carriera, identità, vittorie e futuro dopo una stagione storica. Il tema di genere emerge nella costruzione di una campionessa non come eccezione decorativa, ma come figura pienamente nazionale: il titolo insiste sull’essere “italiani”, includendo una donna dentro il racconto dell’orgoglio sportivo collettivo. E infine a Bebe Vio che sul Corriere dello sport  che dà l’ennesima dimostrazione della sua grande carica agonistica ma confessa che quando ha dovuto smettere con la scherma ha pianto tanto. Ora per lei si prospetta la sfida dei 100 metri ma la sua grande passione è stare con i bambini. Ricorda con emozione Alessandro Zanardi, un vero eroe e per quanto riguarda se stessa non ha dubbi: io non sono una self made woman anche fisicamente sono fatta da piu persone e pure il mio carattere è un mosaico di carattere. Infine citazioni per Caterina Banti (vela) sulla Gazzetta e Carolina Orsi (padel) sul Messaggero.


Questa rassegna è frutto del lavoro di squadra di Luisa Brambilla, Paola Farina, Laura Fasano, Paola Rizzi, Luisella Seveso, Maria Luisa Villa, Agnese Zappalà.

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