Gloria Steinem, la rivoluzionaria che ci ha lasciato il suo femminismo ostinato

Gloria Steinem, una delle più importanti femministe del Novecento, è morta a 92 anni. Da lei abbiamo imparato l'ostinazione. Ora tocca alle generazioni più giovani

Gloria Steinem, la rivoluzionaria che ci ha lasciato il suo femminismo ostinato
Gloria Steinem a una conferenza sulle donne tenutasi alla LBJ Library il 9 novembre 1975/Jay Godwin
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Eleonora de Nardis Modifica articolo

5 Settembre 2026 - 10.32


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A novantadue anni se ne va una delle figure più riconoscibili, autorevoli e ostinate della storia del femminismo contemporaneo. Una giornalista che comprese prima di molti altri che raccontare le donne significava modificare il mondo; un’attivista che trasformò la parola in organizzazione politica; una femminista che seppe portare fuori dai circoli militanti la questione della libertà femminile, facendola entrare nelle case, nei giornali, nelle università, nei parlamenti. Ma forse ciò che oggi dobbiamo chiederci non è soltanto quanto abbiamo perduto ma soprattutto che cosa rischiamo di dimenticare. Perché Gloria Steinem apparteneva a una generazione di donne che aveva imparato una cosa terribile e insieme potentissima: i diritti non sono mai acquisiti una volta per tutte. Per chi è nata nel 1976, come me, la rivista Ms. appartiene quasi a una geografia sentimentale del femminismo; era comparsa per la prima volta nel 1971, come inserto di New York, per poi diventare nel 1972 una pubblicazione autonoma. La sua nascita fu un gesto editoriale e politico insieme: creare uno spazio nel quale le donne non fossero semplicemente oggetto del racconto, ma soggetto, autrici, lettrici, interlocutrici. Ms. parlava di aborto, violenza domestica, lavoro, sessualità, discriminazione. Temi che oggi ci sembrano parte del lessico pubblico, ma che allora spesso non possedevano neppure una lingua condivisa. Ed è forse questa la prima lezione di Steinem che dovremmo raccogliere oggi: prima ancora di cambiare le leggi, bisogna cambiare le parole con cui una società racconta la realtà.

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Una parola nuova può rendere visibile ciò che prima era invisibile. Può dare un nome alla violenza. Può trasformare una sofferenza privata in una questione politica. The personal is political, diceva il femminismo di quegli anni. E noi, oggi, dovremmo ricordarlo con particolare attenzione. Sono nata nel 1976. Appartengo a quella generazione di donne cresciute dando per scontato che alcune battaglie fossero ormai alle nostre spalle. Pensavamo che certe porte fossero state aperte definitivamente. Che il corpo delle donne fosse ormai riconosciuto come territorio di autodeterminazione. Che l’accesso al lavoro, alla cultura, alla sessualità, alla maternità scelta fossero diritti destinati ad allargarsi, non a restringersi. Abbiamo scoperto, crescendo, che la storia non procede in linea retta. E oggi, a cinquant’anni, guardo le generazioni più giovani e mi domando quale eredità stiamo consegnando loro. Perché, mentre celebriamo le conquiste delle nostre madri e delle nostre sorelle maggiori, assistiamo anche a un movimento contrario: una reazione culturale che attraversa l’Europa e gli Stati Uniti, una nuova legittimazione dei discorsi misogini, l’attacco all’autodeterminazione riproduttiva, il ritorno di un’idea tradizionale e gerarchica dei ruoli di genere. E l’Italia è tutt’altro che immune da questa regressione: il Paese continua a essere attraversato da disuguaglianze profonde nel lavoro, nella rappresentanza, nella distribuzione del potere e della cura. L’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza rimane segnato da ostacoli concreti e territoriali; la violenza maschile contro le donne continua a essere una ferita strutturale; il divario di genere non è stato affatto cancellato. L’Italia si colloca ancora nelle retrovie europee sul terreno della parità di genere. E allora la morte di Steinem arriva in un momento in cui il femminismo avrebbe forse bisogno, più che mai, della sua voce, non per nostalgia ma per una precisa responsabilità.

Certo, Gloria Steinem non è stata una donna sola. Accanto a lei c’erano Betty Friedan, autrice di The Feminine Mystique e fondatrice della National Organization for Women; Kate Millett, che in Sexual Politics mostrò quanto profondamente la politica abitasse i rapporti tra i sessi; Germaine Greer, che con The Female Eunuch contribuì a scardinare l’idea di una femminilità naturale e immutabile; Shulamith Firestone, che portò alle estreme conseguenze la critica della riproduzione e della struttura patriarcale; Susan Brownmiller, che analizzò lo stupro come strumento di potere; Audre Lorde, che obbligò il femminismo bianco a confrontarsi con razza, classe, lesbismo e differenze; bell hooks, che avrebbe poi insegnato a generazioni intere che non può esistere nessuna liberazione femminile che lasci indietro qualcuna. Erano donne diverse, spesso in disaccordo, talvolta ferocemente in conflitto. Ed è proprio questo che dovremmo ricordare: il femminismo non è mai stato una religione con un’unica sacerdotessa. È stato, ed è, un conflitto di idee, un laboratorio politico, una pratica collettiva.

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Steinem ebbe un talento particolare: quello di fare da ponte. Di portare il pensiero femminista fuori dai suoi confini, di renderlo popolare senza svuotarlo completamente della sua radicalità. La sua capacità comunicativa contribuì a trasformare questioni che sembravano private in questioni pubbliche e politiche. Ma proprio per questo la sua eredità non può essere ridotta alla fotografia della donna con gli occhiali grandi, i capelli lunghi e quella bellezza diventata, suo malgrado, parte della sua icona. Gloria Steinem aveva capito una cosa che oggi rischiamo di dimenticare: la comunicazione è una forma di potere. E il femminismo, se vuole trasformare la società, deve saper parlare a chi non possiede già le parole del femminismo. Ecco: da lei dobbiamo imparare l’ostinazione, la capacità di continuare a esserci quando il mondo ci suggerisce che la battaglia è già stata vinta. Dobbiamo imparare che una giornalista può essere anche una militante, senza per questo rinunciare alla complessità del proprio sguardo. Che scrivere può essere una forma di azione politica. Che un articolo può diventare una crepa nel muro. Che una rivista può diventare una comunità. Che una comunità può diventare movimento.

Dobbiamo imparare che non basta conquistare diritti: bisogna difenderli, raccontarli, trasmetterli. E soprattutto dobbiamo imparare la capacità di fare spazio. Perché il femminismo che verrà non potrà essere soltanto quello delle donne della mia generazione. Dovrà essere delle ragazze che oggi hanno vent’anni, delle donne migranti, delle donne con disabilità, delle donne povere, delle donne lesbiche e trans, delle donne che vivono ai margini, di quelle che ancora non hanno trovato le parole per raccontare la propria oppressione. Dovrà essere capace di tenere insieme differenze che non sono un ostacolo, ma la sua stessa ricchezza.Forse è questo il modo più giusto per salutare Gloria Steinem: non trasformandola in un monumento immobile, perché le rivoluzioni non hanno certo bisogno di statue. Hanno bisogno di eredi. E un’eredità autentica non consiste nel ripetere ciò che hanno detto le donne che ci hanno preceduto. Consiste nel portare più avanti la domanda che loro hanno aperto.

Steinem ha vissuto novantadue anni e per più di mezzo secolo ha continuato a incalzare il potere, attraversando piazze, redazioni, università, campagne politiche, generazioni. È rimasta una presenza pubblica fino agli ultimi anni della sua vita. Noi, invece, dobbiamo fare i conti con un tempo nel quale persino ciò che sembrava irreversibile può tornare a essere discusso. È questa la vera ragione per cui oggi dovremmo sentire la responsabilità della sua morte. Non perché il femminismo abbia perso la sua voce. Ma perché adesso quella voce tocca a noi.

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Questo articolo è uscito su Factorya


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