Riecco il “patto Meloni – Schlein”. Contro i deepfake in campagna elettorale. Questa volta funzionerà? | Giulia
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Riecco il “patto Meloni – Schlein”. Contro i deepfake in campagna elettorale. Questa volta funzionerà?

Un “patto” tra le due leader che si dicono d’accordo a vietare l’uso di contenuti manipolati con l’AI contro gli avversari politici. Da Trump a Vannacci, l’uso dei deepfake come “Slopaganda” e le regole necessarie per un corretto gioco democratico.

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Immagine generata con AI
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Alessandra Mancuso Modifica articolo

27 Luglio 2026 - 11.29


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L’ultima, di ieri, è inoffensiva: Vannacci in tunica romana e pergamena in mano la consegna a Mattarella, anch’egli in tunica, per la grazia a Roggero. C’è voluto il deepfake precedente, molto più violento, su Instagram, in cui ordina l’esecuzione degli avversari politici, per indurre all’unisono le due leader della scena politica a chiedere di vietare la diffusione di deep fake in campagna elettorale. Prima Schlein lancia la proposta in una lunga intervista al Foglio, subito Meloni la rilancia rivendicando la primogenitura (ha messo la regolamentazione dell’AI al centro del G7 nel 2024): vietato diffondere contenuti ingannevoli durante le campagne elettorali. Come attribuire, per esempio, agli avversari parole o fatti inventati. I giornali battezzano un nuovo “Patto Meloni-Schlein contro i deepfake”, sperando che questa volta vada meglio del “Patto” sul Consenso, affossato in aula con la regia dell’avvocata Bongiorno, in ossequio al diktat di Salvini. Con la premier che ci ha rimesso la faccia.

La politica nell’era del Deepfake cambia segno. L’uso di questa tecnica dell’AI che crea video e audio manipolati in modo da sembrare reali, rischia di inquinare i pozzi del confronto democratico  e di confondere gli utenti del web, catturando i più suggestionabili e facendo leva sui più bassi istinti. Tra i casi eclatanti, nove mesi fa, i deep fake postati da Trump nell’account della Casa Bianca sul social Thruth con protagonista il senatore democratico Chuck Schumer e il deputato Hakeem Jeffries. Il primo ritratto nell’atto di insultare il suo stesso partito; il secondo con sombrero e musica mariachi in un video razzista. Contenuti definiti “divertenti” dal vicepresidente JD Vance. La politica come gioco e senza esclusione di colpi, fatta con meme virali e intelligenza artificiale usata per ridicolizzare gli avversari. Un uso compulsivo quello di Trump che di deepfake ne diffonde a man bassa, si ricordino l’arresto di Obama nello Studio Ovale, o la scarica di diarrea sui manifestanti “No Kings” a Times Square. E il suo primo adepto in salsa italiana, nell’ex generale xenofobo e misogino che guida Futuro Nazionale. Stessa predilezione per le scenografie imperiali dell’antichità.

Negli Stati Uniti hanno coniato un termine, Slopaganda, la cui definizione è: “propaganda politica generata in massa dall’AI, caratterizzata da contenuti ripetitivi, emotivamente manipolativi e a basso costo, pensata per influenzare opinioni e comportamenti senza necessità di accuratezza o credibilità”. In Italia, da ottobre diffondere deepfake è reato, ed è punito da 1 a 5 anni chiunque pubblichi e diffondi immagini, video o audio alterati con AI idonei a indurre in inganno sulla loro genuinità. Norma che si collega al Regolamento UE AI Act che entrerà in vigore il 2 agosto.

 A leggere le cronache sembrerebbe che i partiti siano (quasi) uniti a dire basta ai deepfake in politica, con diverse proposte di legge già depositate. Ma piuttosto che correre ai ripari per preservare un corretto gioco democratico in campagna elettorale e tutelare cittadini e cittadine, dando priorità a questa legge, si preferisce insistere per alterare le regole prima del voto, varando in gran fretta una nuova legge elettorale dagli esiti devastanti sul piano del bilanciamento dei poteri e del rispetto della Costituzione. Vedremo dunque se quest’ultima versione del “Patto Meloni-Schlein” avrà più fortuna e se produrrà davvero regole chiare e vincolanti contro chi gioca ad avvelenare i pozzi. Sarebbe nell’interesse di tutte e di tutti.

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