Disarmare il discorso: la sfida del linguista Faloppa alla guerra "normale" | Giulia
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Disarmare il discorso: la sfida del linguista Faloppa alla guerra "normale"

Non c'è conflitto armato che non sia stato preceduto e normalizzato dal linguaggio. Da questa premessa parte il saggio-memoir di Federico Faloppa, che intreccia analisi linguistica e vissuto personale. Rendendo anche merito al femminismo per aver posto le basi di un discorso disarmato. Un libro necessario

Disarmare il discorso: la sfida del linguista Faloppa alla  guerra "normale"
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Paola Rizzi Modifica articolo

24 Giugno 2026 - 17.18


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«Autoritarismo: la forma di governo più efficace nei periodi difficili». «Democrazia: forma di governo in cui i cittadini possiedono alcuni diritti e libertà, mentre le istituzioni statali operano nell’interesse degli attori più influenti che incidono sulle decisioni politiche, economiche e sociali». C’è qualcosa di stonato, giusto? Quelle che precedono non sono semplici “forzature” o paradossi, ma le definizioni prescrittive contenute nel Nuovo dizionario esplicativo della lingua di stato della Federazione Russa, presentato ufficialmente nel 2025 e in uso alle agenzie governative russe. Non ci troverete parole come “gulag” o “stalinismo”, ovviamente, ma definizioni apodittiche come «omosessualità: forma di deviazione sessuale» elaborate, si precisa, in accordo con la Chiesa ortodossa russa. A questo esempio di neolingua orwelliana è dedicato uno dei capitoli di Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio, libro quanto mai necessario in un momento in cui le parole hanno diffusamente indossato l’elmetto dell’insulto, dell’intimidazione o della manipolazione per normalizzare e preparare il terreno alle guerre combattute e alle oppressioni perpetrate. L’autore, Federico Faloppa è docente di Language and discrimination all’università di Reading in UK e da sempre si occupa nell’analisi e della decostruzione del linguaggio d’odio. Sulla scia di questo impegno collabora con il Consiglio d’Europa ed è fondatore della Rete nazionale contro i discorsi e i fenomeni d’odio.

Il libro è una sorta di saggio politico e memoir che oscilla tra esperienza personale e analisi linguistica dei nuovi parametri del discorso pubblico ingaggiato dalla propaganda bellica, compreso il linguaggio giornalistico, in differenti scenari a cavallo tra vecchio e nuovo millennio. L’approccio scientifico non è neutro, nel senso che poggia, come è chiarito nella premessa, su un “io situato”, in una forte passione civile. E lo si capisce anche dalla prima sezione “Parole come armi” interamente dedicata a Gaza e a come la manipolazione del discorso pubblico e mediatico abbia normalizzato e reso accettabile l’inaccettabile. La premessa è che «non esiste conflitto armato che non sia stato prima preparato, giustificato e normalizzato dal linguaggio». La lingua è politica insomma, e l’approccio di Faloppa alla sua materia è certamente, anche, politico.

In una cinquantina di brevi capitoli Faloppa alterna microsaggi su lemmi che hanno cambiato senso soggiogati dalle strumentalità geopolitiche del momento alle cronache di vita vissuta: dalle prime manifestazioni negli anni Ottanta a Cuneo, città dell’autore, per la battaglia pacifista contro gli euromissili di Comiso alle manifestazioni londinesi contro la guerra in Iraq, ai viaggi di studio. Proprio nel capitolo su Comiso Faloppa tributa un riconoscimento al ruolo storico del femminismo “disarmista” e pacifista dei collettivi siciliani e non solo: «Il corpo femminile si affermava come soggetto di non violenza e di azione politica evidenziando il legame tra vita privata, personale e politica». Il rifiuto della guerra si affermava come rifiuto della violenza patriarcale.  Per concludere: «Non esiste pacifismo efficace che non passi anche attraverso una lotta, femminista e intersezionale, per le parole, con le parole». Un concetto ripreso nelle ultime pagine: «Non può esservi pace giusta senza giustizia e diritti per ogni individuo ne possono esservi diritti garantiti in assenza di pace».

Tra le altre esperienze cruciali dell’autore la visita In Giappone ad Hiroshima, al Memoriale della Pace, sui resti della Bomba con la B maiuscola. Un’esperienza che toglie il fiato, soprattutto alla luce del fatto che oggi nel linguaggio della geopolitica e dei media “arma nucleare” è tornata ad essere una parola pronunciabile, un “tabù infranto” come ha detto con disperazione Terumi Tanaka, uno degli ultimi sopravvissuti, quando nel 2024 ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace.

Nell’analisi dettagliata e mai algida del vocabolario, Faloppa ricostruisce e smonta l’ideologia contenuta in espressioni come guerra fredda, guerra giusta, guerra umanitaria, guerra preventiva, la più palesemente contraddittoria di tutte: ossia una guerra giustificata con l’obiettivo di impedire una guerra. E poi guerra al terrore: individuare il terrore come nemico, ossia un concetto, un’astrazione dentro cui può entrare qualsiasi cosa e chiunque, costituisce il carburante di tutte le guerre dagli anni Novanta in poi ad opera degli Stati Uniti e dei loro alleati. Così come la classificazione degli Stati canaglia, con le popolazioni ridotte a variabili subordinate e invisibilizzate. O l’utilizzo di stratagemmi narrativi quali la gamificazione del racconto dei conflitti, dove le vittime tendono a scomparire e si trasformano in anonimi bersagli. Suggestiva l’analisi comparata tra i discorsi di Osama Bin Laden e George Bush Jr, dove le analogie discorsive sono nettamente superiori alle differenze.

Un altro tema cruciale è quello sulla metaforizzazione della guerra, che ha avuto un’accelerazione durante il Covid, quando abbiamo scoperto di essere in guerra con un virus che arrivava da un altrove individuato come nemico, ma che in realtà ha radici lontane, dalle pestilenze in poi. Guerra è anche l’espressione più usata per parlare di immigrazione, con l’abuso di termini come invasione, assalto, conquista che trasformano un problema sociale da affrontare e risolvere nell’ennesimo nemico da sconfiggere.

Il capitolo finale ha un titolo esplicito e rivolto al futuro: dire la guerra, fare la pace, riprendendo il filo del “pacifismo concreto”, non dogmatico e non tifoso, di Alex Langer, costruttore di ponti e saltatore di muri.

Faloppa offre al lettore anche una formidabile raccolta di citazioni bibliografiche, che spaziano dagli articoli di Francesca Mannocchi a Kant, passando per Gianni Rodari, Bernie Sanders e Norberto Bobbio e infiniti altri, aprendo la possibilità di altri preziosi approfondimenti. Uno per tutti, all’inizio: LTI, Lingua Tertii Imperii, La lingua del Terzo Reich del filologo tedesco di origine ebraica Victor Klemperer, pubblicata nel 1947, poderosa e minuziosa analisi di come il nazismo avesse nazificato la lingua, rendendo pensabile l’impensabile.  


Disarmare il discorso. Sulla militarizzazione del linguaggio di Federico Faloppa, effequ, 2026, pagg 251, 18 euro.

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